Redi anatomista indietro stampa ricerca

Non lavorando né in un ospedale né in una Università, Redi non disponeva di un Teatro anatomico e non aveva impegni che obbligassero a fare dimostrazioni didattiche per gli studenti. E se pure qualche volta faceva "vedere alcun taglio di animale" a visitatori ed amici, normalmente anatomizzava per interesse personale, per indagare i misteri dell'organizzazione vitale.
Nei protocolli rediani si incontrano resoconti di esperienze che, come quelle sulle vipere del giugno 1663, furono "fatte alla presenza del Ser.mo Granduca di Toscana Ferdinando secondo". Ma, nell'economia dell'attività settoria di Redi, queste anatomie pubbliche rappresentano più un'eccezione che la regola. Il medico aretino preferiva infatti fare esperienze anatomiche nella quiete di "casa", oppure nelle proprie stanze presso le residenze granducali sparse per tutta la Toscana, dove era lui a manipolare personalmente i reperti.
Redi si dedicò pressoché esclusivamente all'anatomia animale, senza significative ricadute di carattere comparatistico tendenti a rilevare analogie e differenze con la struttura corporea umana, anche se, poi, rivendicava l'utilità della zootomia "per la conservazione della sanità e della vita degli uomini". Riteneva anche perfettamente legittimo, come tutti gli scienziati dell'epoca, tagliare gli animali "ancora viventi", ed alcune delle sue esperienze erano davvero vivisezioni crudeli. Oltre alle vipere, caddero in gran quantità vittime del coltello anatomico rediano le tradizionali prede delle cacce granducali: caprioli, cervi, cinghiali, daini, donnole, faine, ghiri, istrici, lepri, lontre, martore, orsi, puzzole, ricci, scoiattoli, tassi, volpi, zibetti. E tra gli uccelli: aironi, aquile, cicogne, cigni, civette, colombacci, cornacchie, corvi, cuculi, folaghe, gabbiani, gazze, germani, gru, gufi, oche, pellicani, pernici, quaglie, tortore. Non potevano poi mancare pesci e molluschi pescati in Arno o regal
ati al Granduca dai pescatori pisani e livornesi: acciughe, anguille, barbi, calamari, delfini, foche, granchi, lucci, murene, ostriche, pescecani, pescispada, polipi, seppie, tartarughe, tonni e torpedini. Un posto tutto particolare occupavano poi gli animali esotici di origine extra-europea che si trovavano nel Serraglio del giardino di Boboli, come certi "strani e curiosi animali" fatti venire dall'Asia e dall'Africa: cammelli, gazzelle, leoni, leopardi, linci, pavoni, serpenti, scimmie, scorpioni, struzzi, tigri; oppure uccelli e mammiferi sconosciuti appena arrivati "dal Brasil". Ma nel repertorio anatomico rediano non mancavano anche cavie di ben più facile reperibilità come asini, bruchi, cani, cavalli, conigli, gatti, lombrichi, lucertole, lumache, maiali, mosche, passeri, pecore, piccioni, pipistrelli, porcellini d'India, ramarri, rane, rondini, salamandre, talpe, topi, vacche, e perfino qualche banalissima gallina.
I protocolli nei quali Redi annotava il risultato delle proprie indagini seguivano uno svolgimento abbastanza usuale. Il Protomedico entrava in possesso, per dono diretto del Granduca o semplicemente grazie alle proprie entrature tra i cacciatori, i pescatori ed i cuochi di Corte, di ogni tipo di animale, uccello e pesce. Lo portava nelle stanze che gli erano riservate nelle diverse ville medicee, e faceva le proprie ricerche in tutta tranquillità.
Spesso Redi lavorava da solo, e a volte se ne lamentava. Come in una lettera a Jacopo Del Lapo del 5 maggio 1682, scritta dalla villa dell'Ambrogiana: "Oh quanto io lavoro! Oh quante belle notomiuzze io fo! […] Ma, Dottor mio, mi conviene menar le mani, perché son solo, e senza aiuto veruno, e bisogna, che io faccia ogni cosa da per me da capo a piedi".
Altre volte Redi poteva ricorrere all'aiuto di amici e giovani allievi, come Bellini, Caldesi, Lorenzini o Zambeccari. Normalmente teneva un manuale di anatomia aperto da una parte (Aldrovandi, Blaes, Jonston) ed una cavia sul tavolo anatomico dall'altra. Spesso, quando gli capitava di trovare qualcosa di curioso o di eccezionale, come alcuni parassiti intestinali descritti nelle Osservazioni intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi , Redi era solito metterlo "in una catinella" per farlo vedere "la mattina seguente agli amici". E non di rado il Granduca incaricava qualche pittore di Corte di farne "il disegno". Nella lettera a Del Lapo appena citata riferiva che, forse in mancanza di meglio, era "il sig. Conti di Segreteria" a fare "le figure dal naturale".
Di solito Redi lavorava nel pomeriggio o di sera, quando gli impegni ufficiali a Corte gli concedevano un po' di respiro. Spesso si dedicava alla pratica del coltello anatomico per passatempo, in tutta tranquillità, ma se un argomento lo interessava davvero si gettava a capofitto nella ricerca, con un gusto che lui stesso definiva di golosa appropriazione dei segreti della natura. In questi casi non c'era domenica o festività che fosse: Redi anatomizzava anche nei giorni di Natale e Pasqua.
A volte la munificenza del Granduca e l'abbondanza della selvaggina messa a disposizione dai cacciatori di Corte si rivelava esorbitante anche rispetto alla "insaziabile ghiottornia" sperimentale del Protomedico. Come nel caso, davvero eccezionale, di un'anatomia multipla su ben quattro gru fatta insieme a Lorenzini il 17 marzo 1768. Spesso, quando Redi e Lorenzini lavoravano in collaborazione all'anatomia di qualche reperto particolarmente interessante, come nel caso delle torpedini, si alternavano anche nel redigere i relativi protocolli, che rivelano chiaramente la successione delle rispettive calligrafie.
Redi ci teneva a sottolineare che la propria ricerca non obbediva a nessuna costrizione esterna. In una lettera a Stenone del 4 febbraio 1667, ricordava con compiacimento le esperienze fatte in sua compagnia quando, "dopo desinare e dopo cena", non avevano "altro che fare" e potevano dedicarsi in piena libertà alla pratica scientifica. Ed in un'altra lettera a Viviani, spedita da Livorno il 21 marzo 1667, gli raccontava che stava facendo "di belle notomie, e di belle osservazioni intorno a questi pesci di mare", grazie alla "generosità indicibile" di Ferdinando II: ma solo per soddisfare alle proprie "voglie".
Redi aveva iniziato a far pratica anatomica all'inizio degli anni '50, appena tre anni dopo la laurea, quando non aveva nessun incarico ufficiale a Corte ed aveva appena iniziato la professione medica insieme al padre. Un protocollo del Ms. Redi 30 della Biblioteca Marucelliana di Firenze registra infatti, sotto la data del 1° novembre 1650, che il giovane medico aretino si era fatto dare "da un macellaio" tutto il ventre di una pecora per osservare l'apparato digerente che aveva già studiato sugli "autori".
Redi aveva poi iniziato a lavorare insieme all'anatomista di Corte Tilmann Trutwyn (da lui italianizzato come "Tilmanno Truittuino"), con il quale continuò a fare anatomie fino al 1667, anno della morte del medico fiammingo. Solo a partire dal 1660, in concomitanza con le cariche e le conseguenti facilitazioni assunte a Corte, la ricerca anatomica rediana acquistò un'accelerazione sempre più decisa.
Fino alla morte, lungo l'arco di quasi cinquant'anni di carriera indefessa, Redi realizzò migliaia di anatomie di animali, uccelli e pesci, registrandole con precisione nelle proprie raccolte di protocolli e corredandole di numerose illustrazioni. I protocolli venivano raccolti in appositi quaderni, divisi per capitoli intestati ad ogni specie. Quando Redi iniziava un capitolo lasciava una serie di pagine bianche in modo da avere spazio per le successive annotazioni, cosicché si possono trovare di seguito protocolli di anatomie dello stesso animale fatte a distanze di decine di anni. A volte però le pagine non bastavano, e allora faceva rinvii, brevi annotazioni a margine, inframezzava protocolli di una specie in quelli di un'altra, oppure aggiungeva pagine. Di solito i risultati erano scritti seduta stante, e non di rado lo scienziato si accorgeva solo alla fine dell'errore di interpretazione commesso all'inizio del documento. Non gli restava a questo punto, per onestà intellettuale, che annotare il proprio
sbaglio. Una cosa del genere gli era accaduta il 27 marzo 1683, quando aveva ricevuto in dono dal Principe Francesco Maria un uccello sconosciuto, che si era subito messo ad anatomizzare. Ecco il resoconto del Ms. 31: "Questo uccello non saprei che genere o specie me lo ridurre, perché gli aironi o ardee anno un solo intestino cieco e questo ne ha due; di più gli aironi anno l'ugne de' piedi molto lunghe, e in questo uccello non son punto lunghe e non avanzan punto oltre l'estremità del dito, e queste ugne sono ottuse in punta. In oltre gli aironi anno lo stomaco fatto a sacco e quasi membranoso, e questo uccello lo ha muscoloso come le galline. Non si può ne anco noverare tra le gru perché le gru anno gl'intestini ciechi lunghissimi, e quest'uccello gli ha cortissimi. [...] Io sono una bestiaccia ignorantona. Sì io Francesco Redi sono una bestiaccia ignoratissima. Questo uccello è una cicogna. Ed è la prima che io abbia veduta. E mi è sovvenuto per fortuna che sia cicogna mentre sto osservandola e son al fin
e del lavoro".
Per questa sua indefessa passione per il coltello anatomico, Magalotti si divertiva a dipingere un Redi che, dotato dalla natura di "gentilissimo spirito", lo aveva "degradato dal ministero degl'incanti più prodigiosi della poesia e dal sacerdozio de' più alti misteri della filosofia", finendo per ridursi "al vituperevole ufizio di carnefice perpetuo de' più schifi e de' più sordidi parti della natura". Decisamente, il letterato Magalotti non riusciva a comprendere come avesse fatto Redi a scegliersi "per suo quotidiano trastullo l'aver sempre brutte e impacciucate le mani degli icori mucillagginosi dell'anguille, delle mignatte e de' lombrichi"!

Autore anonimo, Lezione di anatomia Rappresentazione di un corpo umano irrorato da vasi sanguigni Rembrandt, La lezione di anatomia del dottor Tulp, Mauritshuis, L'Aja Andrea Vesalio, De Humani corporis fabrica libri septem, particolare del frontespizio Anatomicorum instrumentorum delineatio, Biblioteca Riccardiana, Firenze