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L'esordio scientifico di Redi avvenne nel 1664 con le Osservazioni intorno alle vipere : una memoria di argomento farmacologico indirizzata al segretario dell'Accademia del Cimento, Lorenzo Magalotti, e dedicata allo studio della tossicità del veleno e delle modalità della sua inoculazione. Il saggio, che sarebbe stato tradotto anche in latino e ripubblicato nel 1686, si apriva con un incipit metodologico di rara efficacia. Redi proclamava la propria fiducia nella filosofia sperimentale attuata con successo nell'ormai estinta Accademia granducale, dandone una personale formulazione che insisteva sul valore specifico della visione oculare diretta delle cose come criterio supremo di verità: "Ogni giorno più mi vado confermando nel mio proposito di non voler dar fede nelle cose naturali se non a quello che con gli occhi miei propri io vedo, e se dall'iterata e reiterata esperienza non mi venga confermato: imperocché sempre più m'accorgo che difficilissima cosa è lo spiare la verità frodata sovente dal
la menzogna".
Altrettanto forte era la critica al principio di autorità e all'ossequio al sapere degli antichi, spesso tramandato dal "volgo de' letterati" senza nessuna verifica e senso critico. Nelle parole di Redi, questo significava stigmatizzare l'atteggiamento di chi, quasi si trattasse di "pappagalli", credeva "alla cieca" a tutto quello che avevano detto gli altri: "In cotal guisa appunto, se uno degli antichi savi registrò per vero ne' suoi volumi qualche racconto, dalla maggior parte di coloro che son venuti dopo, alla cieca, e senza cercar altro, è stato creduto e stato di nuovo scritto sotto la buona fede di quel primo che lo scrisse; e così alla giornata si parla come i pappagalli; e si scrivono e si leggono e si credono dal troppo credulo ed inesperto volgo de' letterati bugie solennissime, ed a chi ha fior d'ingegno stomachevoli".
Oltre che con gli esperimenti e le deduzioni logiche, Redi perseguiva i propri scopi di persuasione nei confronti dei lettori attraverso alcuni sapienti artifici retorici, che indicavano di quale raffinato inchiostro letterario fosse intinta la penna dell'Archiatra granducale. Uno dei più riusciti era il racconto di un episodio di cui era stato protagonista il "viperaio" della Spezieria granducale, un rozzo popolano di nome Jacopo Sozzi, il quale si era fatto platealmente beffe delle pretese teoriche di tanti "cavalieri" e filosofi di Corte esperti "nella lettura degli antichi e de' moderni autori".
La 'storia' che Redi iniziava a "raccontar[e]" ad un Magalotti in continuo peregrinare per l'Europa insieme all'erede al trono di Toscana, il futuro Granduca Cosimo III, era iniziata nel giugno 1663, con l'arrivo a Firenze da Napoli di un carico di vipere, indispensabili per la preparazione della teriaca nella farmacia granducale. Il fatto aveva dato il via ad una delle tradizionali discussioni cortigiane, nel corso della quale, "favellandosi di questi animali e della gran parte che egli hanno nella composizione di quel maraviglioso antidoto", erano venuti a confronto diversi pareri sulla localizzazione e la natura del veleno. Ad un certo punto era intervenuto il Granduca Ferdinando II in persona per dare ordine ad un dibattito che minacciava di perdersi nelle nebbie di un confronto di pure parole: "Stavasi così tenzonando, quando S. A. Sereniss. comandò che per ritrovare questa verità ogni esperienza si facesse, che più a ciascheduno per riprova di sua opinione fosse piaciuta di fare".
Venne deciso di esaminare per prima la teoria che voleva che il veleno fosse localizzato nel fiele, sostenuta a spada tratta, e con il corredo di una impressionante sequela di autorità mediche e filosofiche, da "un uomo dottissimo e molto pratico nella lettura degli antichi e de' moderni autori". Egli pretendeva che fosse ormai "una cosa passata in giudicato" che "ogni minima gocciola di fiel di vipera bevuta ammazzato avrebbe un uomo de' più robusti e qual si sia bestia più feroce". A questo punto, forse istigato dallo stesso Redi, aveva fatto il proprio ingresso sulla scena Jacopo Sozzi: "Se ne stava in questo mentre ad ascoltare colà in un canto Jacopo Sozzi cacciatore di vipere, uomo da esser paragonato con gli antichi Marsi e con gli antichi Psilli, ed appena dal ridere potendosi contenere sogghignando prese un fiel di vipera, e stemperatolo in un mezzo bicchier d'acqua fresca, giù per la gola se lo gittò con volto intrepido, e diede a divedere quanto ingannati si fossero i suddetti autori, e si offerse
di bere tutta quella quantità di fiele che più fosse aggradito".
Dopo aver fatto "tocca[re] con mano" agli schizzinosi cortigiani che, al pari di Sozzi, anche i cani ed i piccioni non avevano problemi ad ingurgitare il fiele di vipera, Redi si era preoccupato di verificare che anche "stillato nelle ferite" esso risultava innocuo. Una volta escluso il fiele come luogo d'origine del veleno, si era passati ad esaminare se esso poteva essere identificato con quel "cert'umore di colore e di sapore somigliantissimo all'olio delle mandorle dolci" che fuoriusciva dalle "guaine" dei denti dei rettili. E, in caso positivo, se poteva uccidere anche preso per bocca. Ancora una volta era intervenuto Sozzi a fare chiarezza su entrambe le questioni. Ovviamente, a modo suo: "Prese Jacopo una vipera delle più grosse, delle più bizzarre e delle più adirose, e fece a lei schizzare in un mezzo bicchier di vino non solo tutto 'l liquore che nelle guaine avea, ma ancora tutta la spuma e tutta la bava, che questo serpentello agitato, percosso, premuto, irritato poté rigettare, e si bevve quel v
ino come se fosse stato tanto giulebbo perlato. Ed il seguente giorno, con tre vipere attorcigliate insieme, fece di nuovo il medesimo giuoco, senza una paura al mondo".
Seguendo ancora una volta l'esempio di Sozzi, Redi aveva verificato che il "liquor giallo" delle guaine "preso per bocca" non era "mortifero" nemmeno per gli animali. Restava da chiarire un ultimo punto: se era questo liquido giallognolo che scorreva alla radice delle guaine il vero veleno delle vipere, che però agiva solo dopo essere entrato in contatto con il circuito sanguigno delle vittime. Ed era proprio questa la soluzione, perché Redi aveva osservato costantemente, nel corso di "più di cento esperienze", che "tutti i galletti e tutti i piccioni" sulle cui ferite era stato posto lo stesso "liquor delle vipere" erano morti "in capo alle tre o alle quattr'ore".
In quale parte del corpo della vipera era prodotto il veleno? come faceva il rettile ad iniettarlo nel sangue della vittima? Nel primo caso Redi aveva suggerito come una semplice ipotesi - che avrebbe potuto rivelarsi anche "una chimera" - l'idea (giusta) che il veleno provenisse da "due glandule" situate "sotto al fondo di quelle guaine", che egli diceva di aver ritrovato "in tutte le vipere". Da queste ghiandole sarebbe poi arrivato alle guaine attraverso alcuni "condotti salivali" analoghi a quelli scoperti di recente da Bellini. Giunto ormai in prossimità del traguardo, Redi si era però lasciato fuorviare da alcune esperienze ambigue ed aveva finito per asserire (sbagliando) che il veleno veniva iniettato nelle ferite non attraverso i fori dei denti dell'animale ma attraverso le guaine stesse. Eppure Redi aveva visto i fori dei denti non solo col microscopio, come molti tra "i moderni scrittori", ma anche ad occhio nudo. Aveva infatti escogitato il sistema di osservarli quando erano "secchi"; in questo mo
do, una volta "leggiermente schiacciati", essi si rompevano "per lo lungo dalla radice alla punta in tre o quattro scheggiuole" e rivelavano "all'occhio l'interna cavità".
La pervietà dei denti non era apparsa a Redi una condizione sufficiente per concludere che essi erano "il ricettacolo del veleno" e che "per lo strettissimo forame di quegli" il veleno schizzava "nelle ferite che fa la vipera mordendo". Questa era la ragione che veniva addotta: "perché pigliandosi una vipera, ed aprendo a lei per forza la bocca, allorché se le scuoprono i denti, si scorge quel giallo e pestilenzioso liquore scorrere giù per lo dente non dentro la cavità, ma bensì fuora, dalle radici alla punta".
Invano Redi precisava che i propri "occhi" avevano raggiunto "più volte esperienza pienissima" del fenomeno. Ancora una volta, come nel caso del numero delle orecchiette del cuore della vipera, e come sarebbe avvenuto più tardi, in modo ancor più clamoroso, con gli insetti delle galle, Redi incappava in un tragico errore, determinato da quello stesso criterio dell'evidenza oculare che altre volte gli aveva consentito di celebrare tante vittorie. Nel caso specifico non si era accorto che il veleno ricadeva giù per il dente inumidito in modo quasi impercettibile, ragion per cui riempiva a poco a poco la guaina fino a traboccarne fuori. In questo modo dava l'impressione illusoria di uscire dal fondo della guaina stessa, e non dalla punta del dente. Sul numero delle orecchiette del cuore di vipera Redi ebbe comunque modo di ricredersi. Nelle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti riconobbe infatti, con grande onestà intellettuale, che, "abbacinato dall'inesperienza", aveva sbagliato ad affermare
che erano due: in realtà era una sola.
Ma ecco, nelle parole dello stesso Redi, una sintesi dei risultati a cui era pervenuto dopo aver esaminato "più di trecento vipere". "Sicché per raccorre il tutto in poche parole, dicovi che la vipera non ha umore, escremento, o parte alcuna che bevuta o mangiata abbia forza d'ammazzare; che la coda non ha con che pungere; che i denti canini, tanto ne' maschi quanto nelle femmine, non sono più che due, e voti sono dalla radice alla punta, e se feriscono non sono velenosi, ma solamente aprono la strada al veleno viperino; che non è veleno se non tocca il sangue, e questo veleno altro non è che quel liquore che imbratta il palato, e che stagna in quelle guaine che coprono i denti, non mandatovi dalla vescica del fiele, ma generato in tutto quanto il capo, e trasmesso forse alle guaine per alcuni condotti salivali, che forse metton capo in quelle".
Per porre termine all'argomento non restava che affrontare il problema delle modalità di azione del veleno. Redi ammetteva francamente di non essere riuscito, "dopo molte esperienze fatte a questo sol fine in cani, gatti, pecore, capre, pavoni, colombe ed altri animali", a trovare una soluzione meritevole di essere sostenuta "per vera". Ne elencava una lunga serie senza sceglierne nessuna. Ma quella a cui sembravano andare i suoi favori era un'ipotesi atomistica, basata sul concetto galileiano degli "atomi calorifici", che rispondeva chiaramente alle scelte filosofiche dell'Archiatra granducale. L'ipotesi cioè che il veleno agisse direttamente sul cuore rendendo inefficace, attraverso una doppia possibilità di azione, la funzionalità neuro-muscolare. In termini rediani l'idea che il veleno, "arrivato al cuore, discacciandone gli atomi calorifici, del tutto lo raffreddi e lo agghiadi, o pure multiplicando e rendendo più vivi quei medesimi atomi, di soverchio lo riscaldi, lo risecchi ed affatto risolva e strugg
a gli spiriti".
Redi non si sbilanciava troppo in favore della soluzione di un'alterazione della dinamica degli "atomi calorifici" del cuore perché la risposta dell'esperienza non era stata affatto univoca. Se infatti in alcuni animali morti avvelenati si era effettivamente verificato "quel congelamento di sangue ne' ventricoli del cuore", ciò non era avvenuto "sempre" "in tutti". Per di più lo stesso "congelamento" Redi l'aveva ritrovato a volte sì ed a volte no anche "in animali fatti morire con istento", e perfino nel cuore di "uomini morti di male naturale".
Redi prometteva di ritornare sull'argomento in "un'altra lettera" indirizzata "al nostro dottissimo ed eruditissimo Sig. Carlo Dati", che aveva già "cominciato a scrivere" e che avrebbe contenuto "l'anatomica descrizione di tutte le parti interne ed esterne delle vipere e d'altri serpenti che non son velenosi". Il progetto editoriale non venne però mai portato a termine.
I risultati delle Osservazioni vennero confermati nel 1670 in una successiva Lettera sopra alcune opposizioni fatte alle Osservazioni intorno alle vipere, nella quale Redi respingeva le critiche che gli erano state rivolte da alcuni ricercatori francesi riuniti "nella casa del Signor Charas". I suoi oppositori sostenevano che il liquido che si trovava nelle guaine dei denti delle vipere non era velenoso se non in quanto la vipera veniva irritata; altrimenti non provocava nessun inconveniente. In sostanza, a loro avviso, la vipera era un rettile innocuo, ma diventava velenoso quando la sua immaginazione collerica alterava gli 'spiriti animali', che attraverso i nervi arrivavano ai denti e, tramite le loro cavità, avvelenavano la vittima.
Redi ribadiva la validità della propria teoria, negando ancora una volta che i denti fossero la via maestra per l'inoculazione del veleno. A favore di questa soluzione portava a conforto una nuova serie di esperienze fatte nel corso del 1670, quando era entrato in possesso di "una gran provvisione" di vipere venute ancora una volta da Napoli. Dopo aver raccolto una notevole quantità di veleno, "cavato da' capi di dugencinquanta vipere", aveva constatato che esso uccideva ugualmente le solite cavie. Lo stesso avveniva anche se il veleno era diventato, a causa delle "molte occupazioni" che avevano impedito allo scienziato-cortigiano di occuparsene, una specie di polvere secca. Per Redi non ci potevano più essere dubbi: la nuova serie di "esperienze provate e riprovate molte e molt'altre volte" confermava, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il veleno delle vipere non consisteva affatto "in un'idea immaginaria di collera indirizzata alla vendetta, ma bensì in quel liquor giallo che cova nelle guaine de' den
ti maggiori, o maestri".
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