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La figura di Jacopo Sozzi, detto "il Viperaio", che "in ottanta anni della sua vita" non aveva "fatto altro mestiero che del pigliar vipere", è ben conosciuta nella letteratura scientifica secentesca. Redi gli ha infatti dato vita e veste letteraria nella prima memoria che aveva dato alle stampe nel 1664, le Osservazioni intorno alle vipere .
Nel giugno 1663 c'era stata un'accesa discussione a Corte sulla localizzazione del veleno delle vipere, adoperate in abbondanza per preparare la teriaca nella Spezieria granducale. Si era sviluppato un dibattito nel quale erano venuti a confronto i più disparati pareri. Ad un certo punto era intervenuto il Granduca Ferdinando II in persona per dare ordine alla discussione: "Stavasi così tenzonando, quando S. A. Sereniss. comandò, che per ritrovare questa verità ogni esperienza si facesse, che più a ciascheduno per riprova di sua opinione fosse piaciuta di fare".
Venne deciso di esaminare per prima la teoria che voleva che il veleno fosse localizzato nel fiele, sostenuta a spada tratta, e con il corredo di una sequela di autorità mediche e filosofiche, da "un uomo dottissimo e molto pratico nella lettura degli antichi e de' moderni autori". La discussione era ad un punto morto, quando irruppe sulla scena Sozzi, il cacciatore di vipere che riforniva la Spezieria granducale. Questo rozzo plebeo, dai modi bruschi ma efficaci, che era conosciuto da tutti a Corte, doveva stare, come molta altra gente del popolo, particolarmente simpatico all'Archiatra granducale. Proprio a lui, infatti, Redi aveva affidato il compito di interpretare la parte della "brutta esperienza" che uccide la "bella teoria", secondo la nota metafora di Thomas Henry Huxley.
"Se ne stava in questo mentre ad ascoltare colà in un canto Jacopo Sozzi cacciatore di vipere, uomo da esser paragonato con gli antichi Marsi e con gli antichi Psilli, ed appena dal ridere potendosi contenere sogghignando prese un fiel di vipera, e stemperatolo in un mezzo bicchier d'acqua fresca, giù per la gola se lo gittò con volto intrepido, e diede a divedere quanto ingannati si fossero i suddetti autori, e si offerse di bere tutta quella quantità di fiele, che più fosse aggradito".
Dopo aver fatto "toccare con mano" agli schizzinosi e vacui cortigiani la realtà, dimostrando l'inconsistenza empirica delle loro teorie, subito dopo il rozzo "Viperaio" si era offerto di risolvere alla sua maniera anche un'altra questione a lungo oggetto di disputa nella letteratura medica: se cioè il veleno di vipera, preso per bocca, poteva uccidere.
"Prese Jacopo una vipera delle più grosse, delle più bizzarre e delle più adirose, e fece a lei schizzare in un mezzo bicchier di vino non solo tutto 'l liquore che nelle guaine avea, ma ancora tutta la spuma e tutta la bava che questo serpentello agitato, percosso, premuto, irritato poté rigettare, e si bevve quel vino come se fosse stato tanto giulebbo perlato. Ed il seguente giorno, con tre vipere attorcigliate insieme, fece di nuovo il medesimo giuoco, senza una paura al mondo".
Accanto a Jacopo operava a Corte anche un suo "nipote", al quale Redi fece recitare una parte di contorno nel singolare episodio di scienza-spettacolo che si svolse nelle sale di Palazzo Pitti durante l'estate 1663. Toccò a lui infatti dimostrare, con lo stesso piglio sfrontato del più famoso nonno o zio, che i denti di vipera non erano di per sé "velenosi". Ecco come aveva fatto. "Più volte co' denti allora allora cavati si punse le mani, e ne fece col pugnere uscire il sangue, ed altro male non gl'intervenne che quello avvenir suole dalla puntura degli spilli o delle spine".
L'ammirazione che indubbiamente Redi nutriva per Jacopo Sozzi non gli impediva di rendersi conto che, con la sua sfrontatezza e tracotanza, il rozzo "viperaio" pretendeva di far valere convinzioni che erano del tutto sballate. Ad esempio egli sosteneva - si legge nel Ms. 27 - che "le vipere havevano due denti ricoperti da una guaina, come hanno ricoperte le ugne i gatti alle zampe, e che ogni quarto di Luna buttavano li denti": una cosa, precisava subito Redi, "che non parve da credersi, sì come poco appresso si vedde la verità". Il Ms. 32 riporta invece che egli si vantava di saper riconoscere a prima vista "i maschi e le femmine", mentre quando Redi e gli altri scienziati di Corte avevano controllato di persona "molte vipere che ci furono mostrate da Iacopo Viperaio per maschi, tutte poi furono dal taglio anatomico dimostrate femmine perché tutte avevano l'uova". Certo, "in ottanta anni della sua vita", Sozzi non aveva "fatto altro mestiero che del pigliar vipere", ma di fronte alla ricerca sperimentale ufficiale non era certo una 'autorità' a cui credere ad occhi chiusi.
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