Anatomie di pellicani indietro stampa ricerca

Le migliaia di protocolli di laboratorio che Redi annotò per tutta la vita nei propri quaderni, conservati ancor oggi negli archivi della Biblioteca Marucelliana e della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, costituiscono per lo storico un patrimonio di immenso valore documentario che testimoniano la grande avventura della nascita della scienza moderna. Ma questi documenti presentano anche fatti, curiosità e spunti di interesse per il lettore di oggi che voglia conoscere l'ambiente e la fauna di tre secoli fa.
Quando Redi trascorreva, insieme alla Corte, alcuni mesi della primavera nelle residenze di Pisa e di Livorno per la rituale stagione della caccia, amava osservare i branchi di pellicani che - pare incredibile a dirlo oggi! - nel Seicento si fermavano a frotte lungo il litorale toscano nel corso delle loro migrazioni. Leggiamo il protocollo del 25 marzo 1669, stilato a Livorno: "Si vedde un branco di cinque grotti. Si mandò i cacciatori per ammazzargli, e ne ammazzarono un solo che dissero essere il più grosso. Si osservò che questo grotto era differente dagli altri che ordinariamente si sogliono vedere ogni anno. [...] Nota che i grotti, quando passano per le campagne di Livorno e di Pisa, vi si trattengono al più uno o due giorni. Pel contrario le gru vi si trattengono talvolta un mese".
Ma la rivelazione più stupefacente ci viene da un altro protocollo del 12 marzo 1683, che occupa ben 22 pagine del manoscritto e riguarda l'anatomia di una femmina di pellicano. Relativamente alle abitudini dell'uccello, tra le altre cose Redi scriveva: "Il Granduca mi donò un grotto vivo. [...] Il grotto non ha voce di sorta veruna, e così attestano tutti i cacciatori; e quel rumore che fa avviene dal battere la parte superiore del becco sovra la inferiore, e questo rumore è stata creduta la sua voce. Il grotto vola in aria altissimo e perciò mai mai i cacciatori non possono tirargli archibusate per aria perché mai non è a tiro. Quando è in terra e si vuol levare a volo si alza girando come a chiocciola per all'insù, e va altissimo altissimo, e poscia prende il volo verso quella parte dove vuol ire e nel volo non va per linea retta ma or s'alza e or si abbassa in questa maniera [...]. Questo grotto il Granduca me lo donò vivo ed io lo feci morire con un laccio al collo suffocato. [...] I grotti stanno più vo
lentieri nell'acque basse che nell'acque alte; quando pescano in truppa, e che son molti insieme, si schierano in mezza luna e si aiutano l'un l'altro strignendo per così dire e serrando il cerchio, e si servono della loro giogaia come si servono i pescatori di quelle reti che chiamano vangaiuole. Non si tuffano sott'acqua, come fanno i marangoni e i tuffoli, ma prendono il pesce che viene in alto. I grotti per loro solito costume non si posano in luoghi coperti di alberi e di fratte, ma sempre in acquitrini spazzati. E quivi essendo scoperti e vedendo essi ogni cosa da lontano son difficili ad essere ammazzati. E per lo più sono ammazzati dagli accavallatori, cioè da cacciatori che si addossano a una cavalla de' pastori, e la fanno girare in vicinanza del grotto fino che arrivano a tiro".
Il carattere eccezionale dell'esemplare anatomizzato da Redi non erano però né il suo peso ("pesava ventisette libbre e qualcosa di vantaggio"), né le sue dimensioni ("misurato dalla punta estrema delle penne maestre di una ala fino alla estremità delle penne maestre dell'altra ala eravi la lunghezza di quattro braccia e mezzo di misura fiorentina"). Sorprende piuttosto il fatto, davvero impensabile ai nostri giorni, che questo pellicano era stato catturato vivo sulle rive dell'Arno, a Montelupo Fiorentino, presso la villa medicea dell'Ambrogiana. Il protocollo porta infatti questa intestazione: "Osservazioni sopra il grotto fatte da me Francesco Redi nella Villa dell'Ambrogiana questo giorno 12 di Marzo 1682 ab Incarnatione".