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La Corte medicea faceva della caccia un passatempo rituale ed obbligato, quasi un tratto distintivo di appartenenza sociale e di casta. Nella famiglia Medici tutti avevano una passione sfrenata per la caccia. Il Granduca Ferdinando II era un vero esperto, che non si peritava di mettersi a discutere con i propri cacciatori, da pari a pari. E anche sua nipote, la Principessa Anna Maria Luisa, figlia di Cosimo III e di Margherita Luisa d'Orléans, non era da meno, se in una sola battuta era riuscita ad ammazzare ben "otto daini".
Per temperamento Redi non era molto portato per la caccia e, almeno all'inizio della propria carriera di cortigiano, confessava di non essere "cacciatore". Il 10 gennaio 1667 scriveva da Pisa alla madre Cecilia, per accompagnare il dono di un cinghiale: "Non si pensi però che io gli ammazzi da per me. Io non son cacciatore; ma queste cose mi son donate dal Sereniss. Granduca e da questi altri Serenissimi Principi". Ne approfittava, comunque, per inviare ogni genere di cacciagione a casa, ai familiari rimasti ad Arezzo ed a qualche convento di Firenze e di Arezzo. Si legge in una lettera al padre Gregorio: "D'ordine del Serenissmo Granduca Ferdinando mio Signore sarà mandato a casa di V. S. costì, da quegli della dispensa di S. A. S., un cignale grossissimo di trecento libbre ed un daino giovanetto" (6 gennaio 1667). E lo stesso in diverse altre lettere del padre all'altro figlio Giambattista: "Francesco credo dimattina vi mandi un porco cignale e il paniero di cedri e cedrati" (23 gennaio 1665); "si mandano d
ue oche mute, che ci sono state donate" (29 maggio 1665); "Francesco manda una coscia di cignale" (senza data). Anche lo zio Girolamo, fratello del padre, partecipava della liberalità del nipote, se riceveva un cinghiale "piccolo tenerino", "mezzo daino" e due "bariglioncini di ostriche salate" (14 gennaio 1668). Da molti passi del Libro di Ricordi di Francesco (testo) traspare questo continuo flusso di cacciagione che l'Archiatra granducale amministrava con carità cristiana: "Ricordo come, essendo il Granduca andato alle cacce di Artimino, mi comandò di rimanere a servire la Granduchessa Vittoria. Ricordo come il Granduca mi mandò a donare un daino, e un altro me ne mandò il Sig. Principe di Toscana, e un altro daino mi mandò il Sig. Cardinale Leopoldo. Questi daini gli mandai io a donare per limosina al monastero di San Girolamo su la Costa, e alle monache di Santa Chiara. E uno ne mandai alla Casa pia detta la Quarquonia" (1° ottobre 1673).
Anche se la caccia non era per Redi un interesse dominante, egli non poteva permettersi di andare controcorrente, e il suo carattere accomodante gli consentiva di adeguarsi senza troppi problemi. In una bozza di lettera senza data e destinatario, per esempio, si scusava del ritardo nel rispondere facendo riferimento, oltre che alle "continue occupazioni al servizio di tutti questi Serenissimi Padroni", anche alle "belle cacce" alle quali in quel momento la Corte si stava dedicando. E pur protestando di non amare "passatempo alcuno in questo mondo", confessava di aver anche lui voluto "questa volta condescendere al genio comune".
Redi mostrava di apprezzare soprattutto le cacce che si svolgevano nei boschi intorno alle ville di Artimino e dell'Ambrogiana, che nelle proprie lettere ed opere a stampa definiva sempre come "deliziose". Ecco come descriveva in tono scherzoso una battuta di caccia sul Montalbano: "Ci leviamo di letto la mattina due ore prima dello spuntar del sole, e con un archibuso in ispalla, e con un levriere al lascio tutta quanta la giornata per questi poggi di Artimino scorriamo grondanti di sudore, e di onorata polvere imbrattati".
Nella corrispondenza rediana compaiono spesso riferimenti a memorabili battute di caccia alle quali prendevano parte tutti i membri della Corte granducale, comprese Principesse e dame. In una lettera senza data, ma del 1667, Redi ricordava ad esempio, tra il serio ed il faceto, una eccezionale battuta di caccia nelle campagne di San Rossore, vicino a Pisa. In quell'occasione lui e Stenone avevano catturato "due cignali vivi", ricevendo in premio "una smisurata troia", che risultò pregna di quattro cinghialetti, anch'essi sottoposti all'istante al coltello anatomico. In un'altra lettera del 6 gennaio 1669, parlando della "quantità indicibile" di oche reali che passavano dal litorale pisano, Redi scriveva che "tre soli cacciatori in un sol giorno ne ammazzarono più di dugento".
A Donato Rossetti Redi scriveva il 31 gennaio 1686: "Di qui di Pisa non ho da darle altre nuove, che quelle delle grandi cacce che ogni giorno si fanno, con morte numerosissima ed incredibile di cervi, daini, e cignali". Ad un altro allievo, Giuseppe Zambeccari, descriveva così, il 23 settembre 1689, il bottino di una caccia: "Ieri giovedì in meno di due ore si ammazzarono quarantotto bellissimi daini, de' quali otto ne ammazzò la Sereniss. Sig. Principessa Anna". Pochi giorni dopo invece, il 1° ottobre, lo scienziato informava da Artimino Giuseppe Del Papa che i cortigiani stavano in quei giorni facendo "un dainicidio, e un grande pernicistarnicidio". Ma lui se ne stava "a godere la solitudine" nella propria "camera", ed era così contento che non avrebbe cambiato il proprio "stato" col "Monomotapà, per non dire col gran Mogorre".
Quella del gennaio 1687, nelle campagne di Pisa, era stata davvero una caccia memorabile. Ecco come Redi la descriveva a Lorenzo Bellini il 30 gennaio: "Per dar a V. S. Eccellentiss. qualche nuova della caccia di oggi, quanti daini crede ella che nel solo tempo di tre ore sieno stati ammazzati da' cacciatori? Sono stati ammazzati quattrocentoquaranta daini tra maschi e femmine. Si crede però che sieno stati più di cinquecento, perché certamente molti ne sono stati rubati, e molti se ne son perduti. La verità è che i venuti a rassegna qui in Palazzo questa sera sono quattrocentoquaranta. Una gran bella caccia! In somma i nostri Serenissimi Padroni hanno le più belle cacce del mondo".
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