Cosimo III de' Medici indietro stampa ricerca

Primogenito di Ferdinando II e Vittoria Della Rovere, era nato nel 1642. Morì il 31 ottobre 1723, dopo aver regnato sul trono di Toscana per oltre cinquant'anni. Di carattere introverso e riservato, succube della madre, aveva sposato nel 1661 la bella e stravagante Margherita Luisa d'Orléans, cugina del Re di Francia Luigi XIV. Il matrimonio fu un vero disastro, anche se assicurò una discendenza alla dinastia con la nascita di tre figli: Ferdinando, Anna Maria Luisa e Gian Gastone.
Col passare degli anni, i litigi tra Cosimo e Margherita Luisa, e tra questa e la suocera Vittoria Della Rovere, erano diventati di pubblico dominio non solo a Palazzo Pitti, ma anche presso il popolo fiorentino. Nonostante numerosi viaggi attraverso l'Europa dell'erede al trono, che nelle intenzioni del padre dovevano servire a calmare la sposa ribelle, la situazione non era affatto migliorata. Anzi, precipitò in modo irreparabile nel 1672, quando la Granduchessa ottenne di trasferirsi nella villa di Poggio a Caiano. Da qui scrisse al marito che non avrebbe più messo piede a Firenze. Dopo due anni di difficili trattative diplomatiche, alla fine Cosimo e Luigi XIV trovarono un accordo. Maria Luisa ottenne di rientrare in Francia, abbandonando trono, marito e tre figli di dodici, otto e quattro anni.
Cosimo III aveva assunto la guida politica della Toscana nel 1670, alla morte di Ferdinando II. A differenza del padre, che era stato uno spirito irrequieto incline al libertinaggio, il nuovo Granduca aveva ricevuto un'educazione retriva e rigidamente bigotta. Questo lo indusse ad improntare lo stile di vita della Corte e dei propri sudditi alle regole di un conformismo religioso che non si era mai visto prima in Toscana. Mentre sulla scena europea le grandi potenze passavano da un conflitto all'altro per assicurarsi l'egemonia, tutte le preoccupazioni di Cosimo erano legate al problema della successione al trono e alla continuità della dinastia.
Le speranze riposte nel Principe Ferdinando, fatto sposare nel 1688 con Violante di Baviera, andarono deluse perché non ebbe figli e morì di sifilide nel 1713. Il secondogenito Gian Gastone, sposato con Anna Maria Francesca di Sassonia, non solo non riuscì ad avere figli, ma venne anche lui, come il padre, abbandonato dalla moglie. Nemmeno la sorella Anna Maria Luisa, sposata all'Elettore Palatino, riuscì ad assicurare un discendente maschio ai Medici. Cosimo III ebbe allora un lampo di genio: fece sposare l'ormai cinquantenne fratello Francesco Maria, che abbandonò a malincuore il cappello cardinalizio, sull'esempio dell'avo Ferdinando I. Ma anche lui non riuscì ad avere discendenti e morì nel 1711. Si spengeva così, in casa Medici, ogni speranza di assicurare una continuità alla dinastia.
Nei suoi cinquant'anni di governo della Toscana, Cosimo III non dimostrò mai la splendida liberalità del padre nel proteggere gli scienziati e nell'incoraggiare il progresso della cultura e delle arti. Nonostante questo, ad un cortigiano di stretta osservanza come Redi non restava che fare buon viso a cattivo gioco e lanciarsi, nelle opere a stampa, in lodi sperticate del mecenatismo del nuovo Sovrano. Come nelle Esperienze intorno a diverse cose naturali, e particolarmente a quelle che ci son portate dall'Indie del 1671 , dove, con richiamo esplicitamente ricercato a quello che aveva detto in elogio del padre Ferdinando II nelle precedenti Osservazioni intorno alle vipere , scriveva: "Ho l'onore di servire in una Corte, alla quale da tutte le parti del mondo corrono tutti que' grand'uomini, che con i loro pellegrinaggi van cercando, e portando merci di virtude; e quando vi arrivano, son con maniere così benigne accolti, che nella città di Firenze confessano esser rinati gli antichi deliziosissi
mi Orti de' Feaci, e nel Serenissimo Granduca Cosimo Terzo, e negli altri Serenissimi Principi la reale cortesissima affabilità del Re Alcinoo".
Per aggiungere, subito dopo, che "tra le glorie" del Granduca rifulgeva anche quella di "precorrer con la protezione, con le grazie e con la liberalità ai voti de' professori delle scienze e delle buone arti", oltre a quella di "far nobilmente mantener provveduti d'ogni pianta straniera i giardini di Firenze e di Pisa, non già per un vano e curioso diletto, ma per lo solo benefizio di coloro che investigano e scrivono le diverse nature e proprietà delle piante".
In privato, però, Redi non faceva mistero delle proprie lamentele, se Cestoni poteva scrivere a Vallisneri: "Il giorno che io principiai l'amicizia, et a discorrere col Redi, mi disse queste precise parole. Diavolo se fusse vivo il Gran Duca Ferdinando, io sarei in obligo di condurmi da lui in questo istante; ma questo Gran Duca Cosimo non ha quel gusto; è d'altro genio". Se al "genio" scarsamente incline verso il mecenatismo del nuovo Granduca si aggiungeva anche la naturale avarizia a spendere il proprio denaro del naturalista aretino, si capisce che gli effetti sull'intensità della ricerca scientifica rediana furono deleteri. Era ancora Cestoni a scrivere: "Lei dice il vero, che il Redi poteva molto più approfittarsi, ma la sua naturale stitichezza nello spendere gli faceva trattener la gloria. Quando aveva la borsa del Gran Duca Ferdinando fece miracoli; ma doppo la sua morte si serrò la borsa, perché questo Cosimo 3° non ha, e non è di quel genio. E lui che era dedito alla miseria con tutte le sue ricche
zze abbandonò affatto conforme che ha potuto riconoscere".

Justus Sustermans, Cosimo III, Palazzo Pitti Ritratto di Cosimo III