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Primogenito di Cosimo II e Maria Maddalena d'Austria, era nato il 14 luglio 1610. Venne proclamato Granduca di Toscana nel 1621, all'età di appena undici anni. Ma finché non raggiunse la maggiore età il potere venne esercitato in suo nome da una Reggenza diretta dalla nonna Cristina di Lorena e dalla madre Maddalena d'Austria, coadiuvate da un Consiglio di cui facevano parte Giuliano de' Medici, arcivescovo di Pisa, il conte Orso d'Elci, il marchese Fabrizio Colloredo, e il senatore Niccolò Dell'Antella. Dopo un lungo viaggio in Italia ed in Austria, il nuovo Granduca assunse ufficialmente il governo il 14 luglio 1628, e regnò per quasi cinquant'anni. Morì infatti il 24 maggio 1670, in seguito all'aggravarsi dell'idropisia di cui soffriva da tempo.
Nel 1637, dopo un lunghissimo fidanzamento, Ferdinando II sposò la cugina Vittoria Della Rovere, nipote della granduchessa Cristina, unica erede dell'ultimo duca di Urbino, Francesco Maria. Il matrimonio si rivelò un fallimento sia sul piano politico-dinastico che su quello privato. Il progetto di casa Medici di ereditare, grazie a questo matrimonio, il Ducato di Urbino fallì infatti per la ferma opposizione del papa Urbano VIII. Mentre l'unione tra Ferdinando e Vittoria, pur essendo stata allietata da quattro figli - Cosimino vissuto solo pochi giorni, una bambina di cui si ignora il nome, il successore al trono Cosimo III e il futuro Cardinale Francesco Maria - fu segnata da clamorosi dissapori e separazioni, a causa del carattere dissoluto del marito.
Quando il giovane Ferdinando II era salito al potere l'Europa era funestata dalla guerra dei Trenta Anni. In questo fosco scenario, lo scopo fondamentale della sua politica estera era stato il mantenimento di buoni rapporti con le potenze europee, grazie ad una certa equidistanza rispetto alla Francia da un lato, alla Spagna e all'Impero dall'altro. La Toscana intrattenne buoni rapporti anche con l'Inghilterra e l'Olanda, mentre furono decisamente burrascose le relazioni con lo Stato della Chiesa.
Per opporsi alla tendenza di Urbano VIII a creare nuovi piccoli Stati a favore di membri della propria famiglia, Ferdinando II riuscì a costituire nel 1642 una lega insieme a Venezia e Modena. Si giunse così alla guerra di Castro, un possedimento vicino a Viterbo che il Papa aveva strappato ai Farnese per concederlo ai propri nipoti. Dopo qualche combattimento, grazie alla mediazione della Francia, la pace venne stipulata nel 1644 a Venezia, ristabilendo di fatto la situazione precedente.
Sul fronte della politica interna Ferdinando II dovette affrontare, proprio all'inizio del suo governo, la drammatica situazione economica causata dalla carestia e dalla peste del 1629-1630, quella dei Promessi sposi, che fece a Firenze oltre diecimila vittime. Per contrastare l'epidemia il Granduca ristrutturò l'Ufficio della Sanità, organizzando l'assistenza medica, predisponendo la quarantena e l'isolamento delle comunità colpite. Istituì anche una vera e propria Cassa per i lavoratori disoccupati.
Ferdinando II aveva ricevuto un'educazione accurata da validi insegnanti come Famiano Michelini. Fu particolarmente attento a promuovere ed incoraggiare gli studi scientifici, prima con la propria "Accademia Medicea sperimentale" di Palazzo Pitti, poi, insieme al fratello Leopoldo, con la nuova Accademia del Cimento.
Il Granduca favorì gli studi di fisica e di botanica, interessandosi soprattutto del problema degli insetti delle galle. Con straordinaria liberalità investì molte risorse nell'acquisto di strumenti scientifici e nella raccolta di esemplari rari di animali e piante da destinare agli orti botanici di Firenze e Pisa. Si dilettava anche di termoscopia e metereologia, tanto che riuscì a migliorare alcuni strumenti come il termometro e l'igrometro a condensazione. In collaborazione con Geminiano Montanari e Paolo Del Buono, Ferdinando II realizzò personalmente esperimenti di incubazione artificiale di uova di gallina, utilizzando alcuni forni allestiti dai tecnici della Fonderia granducale. Secondo la testimonianza di Giovanni Targioni Tozzetti, "la prova di far nascere i pulcini a forza di fornelli" venne realizzata "nel Real Giardino di Boboli" nel corso del 1644, facendo addirittura venire "uomini periti dal Cairo".
Il regno di Ferdinando II fu segnato dalla vicenda del processo e della condanna del proprio Matematico e Filosofo di Corte, il grande Galileo. Fu certamente un inquietante segno di debolezza nei confronti della Santa Sede il fatto che il Granduca non si oppose, come forse poteva, all'intimazione recapitata allo scienziato dal Tribunale dell'Inquisizione di recarsi a Roma nel 1633. Va tuttavia ricordata la volontà di Ferdinando II di lenire i disagi di Galileo, ospitandolo, durante il processo, a Villa Medici, sede dell'ambasciata toscana, ed in seguito ottenendo che la condanna al carcere venisse commutata nell'obbligo a risiedere ad Arcetri. Qui Galileo visse, se pur confinato, in un clima di stima e di apprezzamento, sottolineato anche dalle visite fattegli dal Granduca e dalla Corte.
Scienziato e cortigiano di prestigio, Archiatra e stretto confidente del Granduca, Redi mantenne per tutta la vita un rapporto di eccezionale confidenza con Ferdinando II, da lui definito, nelle Esperienze intorno a diverse cose naturali, e particolarmente a quelle che ci son portate dall'Indie del 1671 , il "gran Ferdinando il Prudente". Tra i due pare che ci fosse un legame quasi di complicità, una sorta di segreto inconfessabile che conosceva, ad esempio, Diacinto Cestoni. Purtroppo per lo storico, doveva trattarsi di qualcosa di estremamente delicato, certamente attinente alle abitudini sessuali del Granduca e forse anche a quelle di Redi, se egli non si sentiva di rivelarlo per lettera: "Il Redi fu fortunatissimo - scriveva l'11 giugno 1700 ad Antonio Vallisneri -, perché di 25 anni principiò aver amicizia col Gran Duca Ferdinando col quale ebbe grandissima intrinsichezza per la causa che a bocca le dirò".
Che cosa poteva significare la frase piuttosto sibillina di un confidente come Cestoni, che ebbe un rapporto di eccezionale intimità con Redi e conosceva molti suoi segreti? E' noto che, pur essendo sposato con Vittoria Della Rovere ed avendo avuto da lei ben quattro figli, Ferdinando II aveva spiccate inclinazioni pederastiche. Secondo la tradizione era stata proprio la moglie a sorprenderlo in tenere effusioni con un bellissimo paggio di nome Bruto Della Molara, e dopo questo fatto non lo aveva più accettato nel proprio letto. Che ruolo aveva svolto Redi in tutte queste vicende? Forse il serioso ed apparentemente morigerato Archiatra partecipava anche lui ai festini omosessuali del Granduca? Oppure anche il giovane Redi aveva lui stesso subito le attenzioni del suo Principe, quando aveva "25 anni" ed era entrato a Corte? Segreti inconfessabili e inconfessati, che i protagonisti del tempo si sono portati con sé nella tomba.
Dalla stessa voce di Redi Cestoni aveva appreso particolari illuminanti sulla straordinaria liberalità e munificenza con le quali Ferdinando II aveva sempre incoraggiato ogni desiderio del suo Archiatra: "Se il Redi non avesse auto l'appoggio del Gran Duca Ferdinando di Toscana, che in quel tempo non teneva la borsa serrata per farli fare ogni sorta d'esperienze, non averebbe potuto da per sé far quanto fece". E ancora: "Tutto quello che il Redi operò (o la maggior parte) lo fece a tavolino con la gran borsa del Gran Duca Ferdinando de Medici, e non andava (come faceva il Malpighi) a veder crescere le zucche. Mi disse più volte che il Gran Duca aveva tanto il gran genio nelle cose naturali, che lui stesso ordinava a staffieri, giardinieri, et a persone di campagna, che portassero al Redi di quelle cose, che trovavano, che paresse loro stravagante et incognite, tenendosi la borsa aperta per regalare a chiunque portava bachi, bruchi, crisalidi, bitorsoli, aurelie, foglie, o tronchi storti, e cose così fatte. Do
ppo la morte poi del Gran Duca Ferdinando cessorno li regali, e mancorno i lavoranti, e lui per non spendere non si curava più di nulla. Ma solo faceva delle esperienze non dispendiose a tavolino".
Ferdinando II era un ingegno aperto ed imprevedibile, che dedicava lo stesso interesse tanto alla conversazione con i propri cacciatori e contadini quanto alle discussioni accademiche con i propri scienziati ed artisti. Dimostrava nelle scelte un atteggiamento illuminato e senza pregiudizi verso la tradizione. Ascoltiamo ancora Cestoni: "Quel Prencipe era curiosissimo, e teneva gran gente stipendiata per poter rivedere le buccie alle cose miracolose state scritte dagli antichi et anche da' moderni".
Ferdinando II aveva anche idee decisamente singolari per un Principe cattolico in fatto di religione, chissà quanto condivise o incoraggiate da Redi. Era infatti ancora Cestoni a ricordare che "quel Gran Duca Ferdinando" "si burlava delle cose soprannaturali" e "volse fare di quelle sperienze, che non si possono sentir dire, e ne successe la reforma di tanti composti nella medicina". Redi, da parte sua, ricordava proprio a Cestoni che uno dei detti preferiti del Granduca era questo: "sciocchi son quei preti, i quali non s'intendono del buon vino".
Per illustrare la protezione e la confidenza che Ferdinando II accordò a Redi non serve ricorrere alla testimonianza di Cestoni. Redi stesso celebrò in modo accorato e sincero, in occasione del proprio esordio scientifico, la straordinaria liberalità di un Sovrano che, novello Alessandro Magno, si compiaceva di accogliere e proteggere a Corte scrittori e scienziati di ogni parte d'Europa. Scriveva nelle Osservazioni intorno alle vipere : "Io loderò sempre, e fin che avrò fiato celebrerò le glorie di Ferdinando II Granduca di Toscana unico mio Signore, il quale se talvolta per breve ora, deposti i più gravi affari del governo, si diporta tra le amenità delle filosofiche speculazioni, lo fa non per un vano ed ozioso divertimento, ma bensì per ritrovar delle cose la mera verità nuda, pura e schietta, che però con reale ed indefessa magnificenza somministra del continuo a molti valent'uomini tutte quelle comodità, che necessarie sono per arrivare ad un fine così lodevole. E se l'antica fama già descrisse t
anto liberale Alessandro in promuovere gli studi del suo Aristotile, il mio Signore, siccome nella liberalità a quel gran monarca non cede, così nella cognizione delle cose e nella prudenza di gran lunga lo si lascia indietro. E se a' nostri giorni non vivono gli Aristotili, son però sempre stati trattenuti nella toscana Corte soggetti ragguardevoli ed insigni, ed oggi insin dalla da noi per così lungo spazio divisa Inghilterra, e da molte altre parti più remote del mondo, vi son venuti uomini di alta fama, che con istupore anche de' più dotti mostrano ogni giorno più d'avere pien di Filosofia la lingua e 'l petto".
Redi aveva davvero tutti i motivi per rallegrarsi, finché visse Ferdinando II, delle "grandissime comodità" che gli aveva garantito "la sovrana beneficenza" del "Seren. Granduca unico [suo] Signore". Davvero un "gran protettore", che non aveva mai fatto mancar "nulla alle [sue] voglie, con una generosità indicibile". Proprio questa consapevolezza faceva amaramente rimpiangere allo scienziato aretino, quando Ferdinando II morì nel 1670, di aver perduto "molto più di quello che il mondo poteva immaginarsi". "Io solo lo so", proseguiva la sconsolata lettera a Federigo Nomi. "Possono da qui avanti diluviar le disgrazie e le desolazioni sopra di me, che in riguardo di questa mi rassembreranno benedizioni. Non ho cuore di dir di vantaggio".
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