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Oltre che medico ed anatomista, Redi fu anche scrittore e poeta di gusti raffinati. Come pochi nella storia della cultura moderna, egli seppe coniugare in una sintesi difficilmente ripetibile la passione per le ricerche scientifiche, l'estro fantastico per le belle lettere, il gusto per la storia ed i codici antichi, la sensibilità per l'arte in tutte le sue varie manifestazioni.
Il 15 luglio 1655 l'intellettuale aretino era stato ammesso all'Accademia della Crusca, dove svolse a lungo le funzioni di Arciconsolo, partecipando attivamente alla redazione della terza edizione del Vocabolario. Nel 1665 aveva avuto la nomina anche di Lettore di lingua toscana nello Studio fiorentino, e nel 1692 venne iscritto, con il nome di Anicio Traustio, alla prima colonia provinciale dell'Arcadia, quella di Arezzo. Anche nell'Accademia dell'Arcadia Redi portò il proprio gusto lontano da ogni ampollosità barocca, legato ai fatti e alle espressioni chiare e semplici. E come Arcade egli ebbe anche l'onore, dopo la morte, di aprire la raccolta delle Vite degli Arcadi illustri, impostata da Giovanni Mario Crescimbeni, con una biografia scritta dall'amico Salvino Salvini.
Fin da giovane, Redi aveva cominciato a scrivere poesie cercando di imitare l'illustre concittadino, il "divino Petrarca". Come ricordava Salvini, si trattava di poesie "amorose e morali" scritte, in genere, per semplice "esercizio d'ingegno". Redi stesso riconosceva, in una lettera del 1687, che l'amore di cui parlava lui era un amore "regolato secondo i sentimenti di Platone, o per dir meglio, secondo i sentimenti di un buon cristiano"; ma anche così, i propri "sonetti amorosi" costituivano "materie di baie" che si adattavano poco ad una "età avanzata" e al gusto del "secolo corrente". Una raccolta di sessanta di questi sonetti venne pubblicata nel 1702 dalla tipografia granducale, per iniziativa del Principe Ferdinando, in un'edizione in-quarto splendidamente illustrata.
Anche sul piano letterario, come su quello scientifico, Redi approvava le scelte di Galileo per una poesia che lasciava libero campo all'immaginazione, ma senza essere cerebrale ed ermetica. Scriveva infatti: "Galileo lodava più di ogni altro Poema quello dell'Ariosto, perché egli era egualmente inteso, e col medesimo sapore, e da' gran letterati, e dalle persone idiote del più basso volgo".
Tra gli scritti letterari di Redi ebbe grande successo il famoso ditirambo Bacco in Toscana , pubblicato nel 1685 con molte annotazioni erudite. Ma lo scienziato aretino lasciò incompiuto anche un altro ditirambo, dedicato a magnificare le proprietà delle acque toscane, l'Arianna inferma .
Il medico aretino dava sfogo alla sua vena poetica a tempo perso, se è vero che confidava a Lorenzo Magalotti di comporre sonetti quando "per le vie, per le carrozze, e per le anticamere" era costretto, "la mattina poco dopo il far del giorno", "ad aspettare" che il Granduca si svegliasse. E in un'altra lettera a Federigo Nomi del 10 giugno 1690, Redi ribadiva di non fare il poeta "per mestiere, ma bensì per un mio passatempo, e per fuggir l'ozio", quando si trovava "per le ville con la Corte", oppure stava "solo soletto" nella propria "camera" e, preso dalla "santa poltroneria", non aveva "punta punta voglia di lavorare".
Ogni momento ed ogni occasione era buona per buttare giù qualche rima. In una lettera a Giovanni Porti, per esempio, Redi faceva riferimento ad una canzone composta "fra i romori delle barche nell'andare e ritornare a Venezia". E a Magalotti confidava che qualcuno li aveva fatti "nel venir di Pisa a Livorno, solo e soletto in lettiga". Altri sonetti li aveva buttati giù "per le vie al suono delle ruote della carrozza". L'ispirazione di certi altri gli era invece venuta, sempre in carrozza, ma sulla strada di campagna che da Firenze portava alla villa di Poggio Imperiale: "Io per me credo che la mia Musa sia di razza di lucertole, imperocché a questi caldi ell'è entrata in una fregola così smaniosa, che due volte il meno, e ogni giorno abortisce, e getta una coppia d'uova, hoc est due sonettucci, o su per lo Stradone, o nel Prato del Poggio Imperiale, e, gettate che ha quest'uova, le lascia quivi in abbandono a benefizio degli abeti".
A partire dal 1670, in parallelo alle indagini lessicografiche della lingua italiana fatte per l'Accademia della Crusca, Redi lavorò assiduamente anche alla redazione di un Vocabolario aretino, che anticipava in modo originale i moderni studi di dialettologia e di storia della lingua. Il testo, che testimoniava un forte interesse per lo studio del dialetto aretino, è rimasto a lungo inedito tra i suoi manoscritti, ed è stato riscoperto, pubblicato ed apprezzato solo in questo secolo.
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