|
La storia della medicina del Seicento è stata caratterizzata, com'è noto, da numerose scoperte, alcune addirittura epocali: la circolazione del sangue da parte di William Harvey, i vasi chiliferi da parte di Gaspare Aselli, la struttura dell'orecchio e del rene da parte di Anton Maria Valsalva e di Lorenzo Bellini. Inoltre, autori come Borelli e Malpighi, Paracelso e Helmont, avevano proposto con successo nuovi sistemi anatomo-fisiologici, basati sui principi della "iatromeccanica" e della "iatrochimica": cioè su filosofie della vita che riconducevano tutti i processi biologici a fenomeni meccanici o chimici. Nonostante tutto questo, però, le terapie erano rimaste in buona parte quelle tradizionali, per lo più astruse, complicate ma anche terribilmente inefficaci, intrise com'erano di credulità e di superstizione.
Per il carattere innovativo della scoperta, nella storia della medicina il nome di Redi rimane legato alla dimostrazione dell'eziologia acarica della scabbia. Una conseguenza diretta della confutazione della generazione spontanea che venne portata a compimento, con l'aiuto determinante dell'Archiatra granducale, dai suoi amici e collaboratori Diacinto Cestoni e Cosimo Bonomo. Ma a parte questo episodio, di cui non può essere sottovalutata la portata epocale, Redi elaborò un sistema organico di medicina che, per la sua forte carica polemica nei confronti della tradizione antica e rinascimentale, finì per assumere i tratti di una vera e propria scuola medica: la cosiddetta "scuola toscana".
Secondo i canoni della medicina rediana, la patologia si fondava sul principio che tutte le disfunzioni e le malattie erano determinate dai "ribollimenti" dei fluidi del corpo, in particolare della linfa, del sangue e del succo nerveo. Era infatti proprio lo squilibrio prodotto dalla predominanza di particelle acide, salmastre e alcaline nel normale decorso dei fluidi che provocava le malattie, a causa del potere corrosivo e fermentante che esse esercitavano sui vasi, sugli organi e sulle normali funzioni vitali.
Partendo da questa impostazione tipicamente umoralistica, con forti agganci nella tradizione ippocratica, Redi si fece interprete, tanto nell'attività privata di medico che nella stesura dei Consulti, di una riforma in senso naturale della terapeutica che raccomandava la prescrizione di rimedi semplici e 'poveri', per lo più di provenienza vegetale. Questa impostazione si basava sul principio che la "sola ed unica medicatrice di tutti i nostri mali" non era la medicina, bensì la natura. Scriveva in una lettera: "Non sono i medici, non sono i medicamenti che guariscano le malattie, e le scacciano dai corpi umani. Ella è la sola natura, e la buona regola del vivere". In questo spirito Redi ricordava anche un detto del Granduca Ferdinando II, il quale era solito ripetere che "nelle cose della sanità, il meglio era il maggior nimico giurato che avesse il bene".
Redi si mostrò sempre diffidente sia nei confronti del sofisticato armamentario farmacologico galenico e rinascimentale, sia nei confronti dei nuovi rimedi della 'medicina chimica' paracelsiana. Sconsigliava come "dannosissimo" l'uso del mercurio, mentre l'antimonio lo prescriveva "radissimo". La terapeutica rediana assumeva così, sotto molti aspetti, il carattere di un ritorno all'antico, a quella "innocenza della medicina" che era stata inquinata dalla "birba" degli uomini, come l'Archiatra granducale scriveva il 9 febbraio 1678 a Viviani.
Redi giudicava "per ciurmeria senza effetto" - cioé un vero e proprio imbroglio - "tutte le quint'essenze, tutt'i sali, e tutti gli estratti diuretici e sudorifici de' chimici, siccome ancora tutti gli altri medicamenti specifici, e a questo fine proposti da' galenisti". Anche "quei tanti sciroppi, pillole, elettuari, ed altri galenici composti", così diffusi nella medicina del Seicento, non incontravano la simpatia di Redi, che li reputava inventati "non per altro, che per ingrassare l'ingordigia degli speziali". Per la cura di ogni malattia bastava, a suo avviso, "con ogni gentilezza temperare, modificare, addolcire, innacquare le particelle saline, nitrose, vitriolate, sulfuree, acri, mordaci che si trovano in tutte quante le sorti di fluidi che corrono e ricorrono per canali grandi e minutissimi del corpo".
Per ottenere questi risultati Redi prescriveva ai propri pazienti tre cose, in particolare: dieta, purganti e clisteri, oltre ovviamente al salasso nei casi più gravi. Fedele al motto che "dieta e serviziale guariscon da ogni male", ed obbedendo ad una moda e ad una pratica sociale diffusa in ogni strato sociale dell'epoca, egli consigliava fino a tre clisteri al giorno, perché era certamente "miglior partito stuzzicar la stalla che la cucina". Purché, aggiungeva, essi fossero "semplicissimi", privi degli inverosimili ingredienti bolliti che imponevano molti medici del tempo. "Quei diacattoliconi, quei diafiniconi, quelle benedette lassative, quei lattuari di iera, che come sacri sogliono dal volgo essere fitti ne' clisteri, si debbono fuggire come veleno e come una peste, sì come ancora tutti quegli altri olii di ruta, camomilla e d'aneto".
Anche la dieta idrica aveva un ruolo importante nella terapeutica rediana. Se era vero infatti che nel Bacco in Toscana il medico aretino aveva cantato le lodi dei vini, nell'Arianna inferma aveva, per converso, dato la parola alla moglie del dio pagano per celebrare le virtù delle acque, e nella pratica raccomandava ai propri pazienti di bere acqua, brodo e latte "a bigonce". Consigliava anche le acque termali, in particolare quelle di Nocera, di Montecatini e di Bagni di Lucca. Grazie a questi semplici accorgimenti, basati sul buon senso, si poteva depurare l'organismo da tutte le impurità superflue e restituire la salute.
Fedele agli imperativi della medicina naturale, Redi bandiva dalle proprie prescrizioni i rimedi violenti e complicati di cui si compiacevano i medici del tempo che, d'accordo con i farmacisti, facevano ingollare alla gente i più "neri e torbidi beveroni". Anche nei confronti del lessico astruso della farmacopea dell'epoca, che ricercava volutamente "termini reconditi e misteriosi", Redi scagliava i suoi strali, definendoli senza mezzi termini "nomi da fare spiritare i cani".
Diffidente verso le novità della medicina esotica e ricercata, Redi lodava la china per la cura delle febbri, perché era "il solo ed unico febbrifugo che sia veramente efficace". Per il resto era favorevole a sottoporre tutti i medicamenti ad un rigoroso controllo sperimentale. Vere e proprie ricerche farmacologiche furono infatti quelle con le quali Redi mise alla prova le vantate proprietà di numerose sostanze, dalle pietre di serpente alla pelle di rinoceronte, dall'azione tossica del veleno di vipera e dell'olio di tabacco al potere antielmintico di molti ritrovati del tempo. Basandosi sull'azione vermicida prodotta in vitro dallo zucchero, il medico aretino concluse con troppo ottimismo che esso poteva essere un ottimo rimedio, per di più bene accetto, per curare i bambini. Al contrario giudicava "baie, baie, per non dir ciurmerie" le pretese di molti medici di ottenere risultati contro i vermi intestinali semplicemente con l'applicazione esterna di mirabolanti sostanze.
Naturalista e scienziato, letterato ed erudito, non può apparire privo di significato il fatto che, riflettendo sul senso complessivo della propria battaglia ideale, Redi individuò proprio nella medicina il contributo più significativo che egli aveva dato al progresso della cultura moderna. Pur protestando di non avere "prerogative da comparire nel congresso de' primi uomini del nostro secolo", si riconobbe infatti, con uno scatto di orgoglio che smentiva in pieno il conformismo di facciata al quale aveva sempre adeguato la propria vita, "una sola prerogativa", anche se era una "una prerogativa di desiderio, e non di fatto". "Desidererei - scriveva in una lettera senza data a Stefano Pignatelli - di potere sciogliere gli uomini da que' lacci e da quella cecità, nella quale sono stretti ed imbavagliati dalla birba, dalla ciurmeria, dalla ciarlataneria, dalla furfanteria de' medici ignorantoni e dei filosofi, che tormentano i poveri cristiani, e poi gli fanno morire con cirimonia e con lusso di pellegrini, e su
perstiziosi rimedi".
|
|