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"Pellegrino nel mondo" lo definì Redi. E spirito cosmopolita fu davvero Niels Steensen, italianizzato come Niccolò Stenone. Un vero spirito europeo che si trovò sempre a proprio agio: a Copenhagen, dove era nato nel 1638, come ad Amsterdam, a Parigi come a Firenze. Uno scienziato ed uomo di fede che seppe essere amico di uomini certamente molto diversi tra loro, come Spinoza e Leibniz, Swammerdam e Redi, Magalotti e Viviani.
Formatosi alla scuola di Thomas Bartholin, Stenone nel 1664 si trasferì a Parigi per passare poi, nel 1666, alla corte di Toscana. In contatto con tutti gli scienziati galileiani, si dedicò a studi botanici e anatomici, pubblicando nel 1669 il De solido intra solidum naturaliter contento Dissertationis Prodromus, opera fondamentale per la nascita della moderna geologia. Stenone spiegava la formazione della crosta terrestre come una successione di strati geologici, depositati da successive sommersioni della terra da parte delle acque, in accordo con il testo e la cronologia biblica. In questo scenario trovava risoluzione anche il problema dell'origine organica dei fossili.
Stenone era sbarcato a Livorno ai primi di gennaio del 1666, trasferendosi subito a Pisa per presentarsi al Granduca Ferdinando II che vi stava trascorrendo l'inverno con la Corte. Nell'aprile 1666, prima di andare a Firenze (dove divenne membro dell'Accademia del Cimento e anatomista presso l'ospedale di S. Maria Nuova), fece un viaggio a Roma, dove tra gli altri conobbe anche Malpighi.
Fin dal periodo parigino del 1665, Stenone si era occupato intensamente di questioni anatomiche ed embriologiche. Appena arrivato in Toscana, aveva cominciato a fare esperienze con il nutrito gruppo di scienziati che lavorava a Corte e all'Università di Pisa. In sintonia con l'eredità galileiana e il meccanicismo cartesiano, ma in concorrenza con Borelli, Stenone si era espresso a favore dell'esigenza di una matematizzazione dell'anatomia e della fisiologia. Restava tuttavia imprescindibile per lui il legame con l'esperienza pratica e la cautela di fronte ad eccessi di carattere speculativo. In queste condizioni, era naturale che trovasse maggiori sintonie e possibilità di collaborazione con un naturalista come Redi.
Già nel 1666, appena era arrivato in Toscana, Stenone e Redi avevano iniziato la loro collaborazione, mettendo a frutto la munificenza granducale. Risale al 20 gennaio 1666 il primo riferimento presente nei protocolli rediani ad esperienze fatte insieme dai due scienziati. Il Ms. 32 della Biblioteca Marucelliana di Firenze riporta infatti che, a quella data, il Granduca Ferdinando II donò a Redi "e al Sig. Niccolò Stenone" alcune "ostriche grosse del fosso di Livorno". Sempre a Livorno, "nelle stanze" assegnate all'Archiatra granducale, avevano esaminato un pesce chiamato "argentino" dai pescatori labronici. Insieme avevano poi studiato l'azione del veleno degli scorpioni su alcune cavie, senza trascurare di anatomizzare le ricche prede catturate nel corso delle celebri cacce granducali: ad esempio "una smisurata troja" catturata nei boschi di Pisa, nel cui utero i due naturalisti avevano rinvenuto quattro cinghialini già formati.
Nell'estate dello stesso anno poi, quando la corte granducale si era trasferita presso la villa di Artimino, Redi e Stenone avevano preso l'abitudine di passare tutto "il tempo" a fare esperimenti scientifici. Avevano ad esempio fatto un'approfondita anatomia di alcuni esemplari di Mantidi religiose, nel corso della quale lo scienziato danese mise a frutto la propria preparazione tecnica e le proprie convinzioni, tant'è vero che l'attenzione venne concentrata sul rapporto ovaia-uova-ovidotto che, trasferito ai mammiferi, avrebbe consentito di compiere una scoperta rivoluzionaria per lo sviluppo dell'intera embriologia moderna. In particolare Stenone richiamò l'attenzione di Redi sul fatto che le tube uterine, o falloppiane, acquistavano il proprio vero significato solo in una prospettiva ovista ed andavano perciò denominate ovidotti. Questo fatto influenzò in modo determinante lo sviluppo delle teorie embriologiche di Redi.
I due scienziati erano poi passati a strappare agli stessi animaletti le viscere e tagliare la testa, constatando che continuavano a vivere lo stesso, con questa differenza che "il capo senza 'l busto per qualche breve tempo vivea" mentre "'l busto senza 'l capo vivacissimamente per lungo tempo brancolava, come se avesse tutti quanti gli altri suoi membri". Fu allora che, "per ischerzo e per un giuoco da villa" destinato a rallegrare gli ozi della Corte, si decisero "a rinnestare il capo su 'l busto", e gli "animaletti col capo rinnestato non solo continuarono a vivere tutto il giorno, ma eziandio per cinqu'altri giorni continui, con molta meraviglia di chi non ne sapeva il segreto".
A Firenze Stenone mise subito in mostra le sue eccezionali doti di anatomista, suscitando ammirazione nei circoli intellettuali della capitale. Da una lettera di Magalotti ad Alessandro Segni del 24 agosto 1666 sappiamo, per esempio, che Stenone aveva fatto esperimenti di vivisezione di notevole livello scientifico. "Abbiamo in Firenze da due mesi in qua il Sig. Stenone, notomista Danese di gran fama. Prometto a V. S. Ill.ma che la presenza non gliele diminuisce, anzi che le arroge molto la singolar modestia e 'l gentilissimo tratto col quale condisce la sua dottrina. Ha fatto vedere al Gran Duca diverse belle esperienze, tra le quali è molto considerabile la dimostrazione fatta dell'impiantamento de' vasi linfatici nelle vene succlavie, poco sotto a quello de' vasi toracici del Peguet. Nelle anguille ha trovato una specie di vaso assai singolare, e forse unica in questo pesce, della quale non ha ancor bene arrivato l'uso. L'altro giorno, con schizzi di diversi liquori nelle vene d'un cane, lo fece morire mer
cé del subito quagliamento del sangue. A un altro cane levò ogni movimento dal mezzo indietro, talmente che con le gambe davanti strascicava la metà di se stesso, come se fosse un sasso attaccatogli alla coda, e ciò per via d'un'allacciatura la quale sciolta, ritornò subito a moversi come se niente fosse stato. Egli ha molte belle osservazioni sopra la natura de' muscoli, intorno a' quali, oltre a quello che n'ha già scritto, egli ha una selva di speculazioni".
In una lettera del 4 febbraio 1667, Redi faceva una colorita relazione a Stenone, in attesa che ritornasse "qui in Pisa alla Corte", su alcune esperienze anatomiche che aveva effettuato. Si riservava comunque di fargliene "un lungo discorso" al suo ritorno, quando, "dopo desinare, e dopo cena, stando insieme al fuoco", di solito non avevano "altro che fare". E aggiungeva un altro particolare che ci mette al corrente di cosa occupava Redi e Stenone: "Si ricorderà che molte, e molte volte, abbiamo insieme fatto vedere al Sereniss. Granduca Ferdinando mio Signore, ed al Sereniss. Signor Principe Leopoldo l'esperienza di far morir quasi subito gli animali quadrupedi con l'aprir loro una vena, e poscia per l'apertura introdotto il cannellino d'uno schizzatoio pieno solamente d'aria, far penetrare con forza nelle vene del medesimo animale tutta quell'aria contenuta dal medesimo schizzatoio. Si ricorderà parimente che in Firenze due cani morirono subito subito dopo l'operazione; che subito subito morì ancora una lep
re; e che in meno d'un mezzo ottavo d'ora morì una pecora; e che qui in Pisa lo stesso avvenne a due volpi senza difficultà veruna; onde discorrendo poi co' detti Sereniss. Principi, e con altri letterati della Corte, abbiamo detto sempre assolutamente, e con generalità, senza eccezione alcuna, ch'è impossibile che ne' vasi sanguigni del corpo dell'animale vivente vi stia racchiusa copia considerabilmente soverchia d'aria, o di flato, che lo vogliamo chiamare".
In una successiva lettera del 21 marzo 1667 a Viviani Redi scriveva che Stenone gli faceva "l'onore di favorir la [sua] tavola mattina e sera". Descriveva poi le esperienze che facevano insieme, grazie alla munificenza granducale: "Ogni giorno facciamo di belle notomie, e di belle osservazioni intorno a questi pesci di mare. Oh, caro Sig. Viviani, io mi cavo la voglia, qui in Livorno, del fare esperienze, ed al mio ritorno colla Corte a Firenze, spero di aver a poter dire a V. S. di belle cose, e il Serenissmo Granduca non lascia mancar nulla alle mie voglie, con una generosità indicibile".
La collaborazione tra i due scienziati continuò intensa durante tutto il soggiorno toscano di Stenone, e anche le due famose anatomie di pescicani femmine descritte nel Canis Carchariae dessectum caput erano state fatte alla presenza di Redi. La prima era avvenuta nell'ottobre 1666 a Firenze, dove il Granduca aveva ordinato che "la testa fosse portata" da Livorno, e nel corso della descrizione Stenone trovava modo di riferire anche un'osservazione sulla "cute di un'anguilla" fatta "alla presenza del [suo] illustre amico Francesco Redi". La seconda era stata invece eseguita "a Pisa", su un altro esemplare di pescecane regalato dai pescatori al Granduca, quando Stenone non aveva "ancora posto termine alla precedente relazione".
Sulla base di queste indagini, Stenone aveva sostenuto che esisteva una perfetta analogia tra i cosiddetti "testicoli" femminili dei vivipari e le ovaie degli ovipari, ed aveva attribuito loro il compito di produrre le uova (in realtà i follicoli ovarici) reperibili all'interno della struttura compatta dell'ovaia. Ma ecco in quali termini egli formulava la teoria ovista, secondo la quale anche i mammiferi si riproducevano attraverso uova: "Dopo aver visto che i testicoli delle femmine dei vivipari contenevano le uova, e dopo aver notato che il loro utero è ugualmente aperto nell'addome, come un ovidotto, non ho più motivo di dubitare che i testicoli delle donne siano analoghi all'ovaio, quale che sia il modo in cui da essi vengano trasmesse nell'utero tanto le uova, quanto la sostanza contenuta nelle uova, come dimostrerò apertamente altrove, se mi sarà concesso di esporre l'analogia degli organi genitali, e di togliere di mezzo quell'errore per cui i genitali delle donne sono creduti analoghi ai genitali deg
li uomini".
La scoperta di Stenone venne confermata quasi subito dalle indagini degli anato-misti olandesi Johann van Horne e Reinier de Graaf, e da quel momento in poi l'ovismo conquistò rapidamente il mondo scientifico europeo. L'antica teoria della mescolanza dei due semi veniva in questo modo bandita dalla scienza, e il ruolo del presunto seme femminile nel processo riproduttivo veniva da questo momento in poi assunto dall'uovo, come aveva immaginato William Harvey ed era stato sancito dal motto ex ovo omnia che fregiava il frontespizio del suo De generatione animalium.
La discesa delle uova dalle ovaie nell'utero non presentava difficoltà dal punto di vista anatomico. Redi e Stenone avevano infatti osservato che questa funzione veniva senz'altro assolta dalle tube falloppiane, ridenominate pertanto ovidotti. Più problematico appariva invece il rinvenimento del percorso seguito dallo sperma per penetrare nell'utero e risalire fino alle ovaie per fecondare le uova. Redi aveva infatti scoperto, nel corso di un'anatomia sull'utero di una cerva fatta a Pisa insieme a Stenone, che c'erano specifici impedimenti strutturali che impedivano al seme di entrare "nella cavità di esso utero".
La soluzione venne individuata immaginando che la fecondazione avvenisse attraverso il circolo sanguigno. L'informazione proviene da Stefano Lorenzini, un allievo diretto di Redi che pubblicò nel 1678 un trattato di Osservazioni intorno alle Torpedini. Lorenzini scriveva che la teoria "più probabile, e più conforme alle osservazioni già fatte" era quella appunto che sosteneva che "il seme del maschio, schizzato nella cavità dell'utero", penetrava "o tutto, o in parte dentro al sangue", e così, "per l'infallibile legge della circolazione portato all'ovaie", fecondava le uova. Altra soluzione possibile non esisteva, dal momento che "subito dopo il coito", Redi e Stenone non erano riusciti a ritrovare "veruna particella di semenza nell'utero delle femmine".
Non di sola scienza si parlava nelle conversazioni tra Stenone e Redi, ma anche di religione. Redi ebbe infatti un ruolo importante nella conversione di Stenone al cattolicesimo. Il 30 marzo 1667, Redi scriveva a Valerio Inghirami di sperare che Stenone fosse sul punto di convertirsi "alla religione cattolica lasciando il luteranesimo", perché egli aveva "tanto in mano" da fare questa affermazione "con sicurezza". E proseguiva dicendo che Stenone era "veramente un angiolo di costumi, oltre lo essere quel gran filosofo, e quel gran notomista, e gran matematico che egli si è". Qualche giorno dopo, in una lettera dell'11 aprile 1667, Redi raccomandava Stenone, il quale era prossimo a fare una visita a Lucca, a Lavinia Felice Cenami Arnolfini, moglie dell'ambasciatore della Repubblica di Lucca presso il Granduca di Toscana. Lo descriveva come un uomo "nato tra le balze della Dania e della Norvegia" che, spinto da una "nativa curiosità", era diventato "pellegrino nel mondo". Un intellettuale che, pur portando anco
ra "impressi nell'anima i dogmi di Lutero", aveva tutte le qualità per essere giudicato "di non ordinaria perfezione".
La previsione era esatta. Stenone non solo si sarebbe convertito al cattolicesimo, ma sarebbe diventato prima prete e poi vescovo di Santa Romana Chiesa. Nel 1677 lasciò la Toscana, dopo essere stato nominato Vicario apostolico dal Papa Innocenzo XI, ed abbandonò per sempre la ricerca scientifica. Morì a Schwerin nel 1686, ma il suo cadavere venne riportato a Firenze ed è sepolto in San Lorenzo.
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