Scienziato e cortigiano indietro stampa ricerca

Pochi scienziati moderni sono riusciti a svolgere, in modo così organico e continuo come Redi, il doppio ruolo di scienziato e di cortigiano. Medico e figlio di un medico, egli rinunciò consapevolmente alla prospettiva dell'insegnamento universitario, che aveva da sempre costituito l'unico mezzo per garantire agli scienziati la possibilità di fare ricerca a tempo pieno, e trascorse quasi tutta la vita a Corte. Il naturalista aretino sperimentò così la dimensione dello scienziato-cortigiano in modo più completo e coinvolgente di altri scienziati della propria generazione come Borelli e Viviani; forse più dello stesso Galileo. A differenza di quanti avevano fino ad allora ricoperto l'incarico di "Matematico" o di "Filosofo" del Granduca, infatti, Redi svolse per oltre trent'anni le funzioni di Archiatra, cioè di medico personale e di confidente segreto di due Granduchi successivi, Ferdinando II e Cosimo III, con i quali intrattenne uno speciale rapporto di intimità e collaborazione.
Redi non lavorò mai ufficialmente all'interno di un'università o di un ospedale, come fecero Borelli e Malpighi. Non possedendo un vero e proprio laboratorio, né potendo usufruire di un Teatro anatomico, egli sfruttò la Corte stessa, e le annesse strutture della "Spezieria" e della "Fonderia" granducali, come il proprio laboratorio: un laboratorio mobile, dato che l'Archiatra doveva seguire un Granduca ed una Corte sempre in movimento tra le varie residenze sparse per la Toscana. La scansione stagionale degli itinerari cortigiani aveva un ritmo abitudinario, che difficilmente, a meno di eventi eccezionali, veniva alterato. Tra le tradizionali "villeggiature" previste dal calendario di Corte la più importante era quella invernale e primaverile a Pisa e Livorno; seguivano i soggiorni estivi nelle ville fuori città di Poggio Imperiale, di Poggio a Caiano, di Castello e della Petraia, e quelli autunnali ed invernali nelle diverse residenze sparse sul Montalbano come Artimino, Cerreto Guidi, Ambrogiana.
Anche fisicamente, la ricerca sperimentale rediana si svolgeva a Corte, ne seguiva i ritmi, gli spostamenti, i rituali. La Corte era il vero spazio sperimentale di Redi. Oltre che laboratorio, la Corte costituiva nello stesso tempo anche un "teatro delle esperienze", in cui non erano i visitatori che dovevano recarsi nello studio dello scienziato per assistere ai suoi esperimenti, ma era lo scienziato stesso a portare al proprio uditorio la natura e le sue 'meraviglie'. In questo modo anche la scienza diventava alla Corte dei Medici uno spettacolo.
La dimostrazione scientifica svolgeva un ruolo socialmente rilevante all'interno delle attività cortigiane, perché assumeva i tratti di uno spettacolo tra gli altri, in competizione con le stesse rappresentazioni teatrali e musicali. Per ottenere denaro e facilitazioni, lo scienziato-cortigiano era costretto ad allestire esperimenti spettacolari, esibizioni e dimostrazioni estemporanee nei più svariati momenti e situazioni della vita di Corte.
Nell'assolvere a questo compito Redi fu un vero specialista, perché sapeva sempre creare situazioni sorprendenti e scene ad effetto, come nel caso degli esperimenti con le vipere di Jacopo Sozzi. Con la maestria di un regista teatrale, lo scienziato riusciva ad evidenziare gli aspetti più pittoreschi e sorprendenti di un evento scientifico. Anche in questo modo, lo scienziato risultava una figura riconosciuta e rispettata, a cui tutti attribuivano la capacità di suscitare meraviglia, di stimolare la discussione nelle lunghe giornate di Corte e, perché no, di divertire gli annoiati Principi e cortigiani.
Redi era perfettamente consapevole che la dimensione dello scienziato-cortigiano comportava benefici e costi corrispondenti. Così, se andava giustamente orgoglioso del proprio status di "uomo cortigiano" che conosceva "tutte le mode" - e lo rivendicava in molte lettere - , sapeva benissimo che alla Corte medicea bisognava starci come "alla guerra".
Grazie alle proprie entrature con il Sovrano e al ruolo strategico che svolgeva nel sistema di potere mediceo, Redi fu in pratica il responsabile della politica culturale del Granducato per quasi tutta la seconda metà del Seicento. Di questo ruolo di promozione e di controllo dell'attività scientifica e letteraria, svolto dal naturalista aretino, erano perfettamente consapevoli gli stessi intellettuali toscani. Lo dimostra anche il fatto, esemplare, che gli dedicarono alcune delle loro opere autori diversi, ma egualmente rappresentativi, come Bellini, Boccone, Bonomo, Caldesi, Ciucci, Del Papa, Eschinardi, Marchetti, Menzini, Nomi, Rossetti, Salvini, Sangallo e Zambeccari.
A Redi arrivavano in continuazione richieste di raccomandazione per letture e cattedre nelle più importanti università, di pareri sulla convenienza di dare alle stampe certi scritti o di assegnare determinate posizioni accademiche. E nella maggior parte dei casi queste richieste erano fatte con la consapevolezza che esse sarebbero arrivate, tramite il Protomedico granducale, direttamente ai vertici della corte medicea. In questo modo Redi riuscì a controllare le decisioni di Ferdinando II e di Cosimo III relativamente alle nomine e alle carriere dei professori dell'Università di Pisa, molti dei quali erano suoi allievi e protegés.
Anche l'attività di ricerca personale di Redi venne influenzata in modo decisivo dal suo ruolo di cortigiano. Questo rapporto poteva assumere forme differenziate. Redi aveva per esempio accesso ad una quantità di materiale sperimentale che nessun ricercatore privato del tempo poteva nemmeno sognare. Nelle cucine di Corte c'era in ogni momento una incredibile abbondanza di selvaggina, catturata nel corso delle frequentissime cacce per i boschi della Toscana. Al Granduca venivano donati in continuazione da parte dei pescatori livornesi pesci di ogni genere, mentre il Serraglio ed i Giardini granducali erano rinomati in tutta Europa per la presenza di animali esotici e curiosità naturalistiche provenienti da tutti i paesi d'oltremare: tigri, leoni, cammelli, struzzi, gazzelle ed orsi che, dopo la morte, venivano normalmente regalati al Protomedico perché ne facesse l'anatomia.
Redi aveva inoltre a disposizione le attrezzature ed il personale della "Spezieria" granducale - di cui era stato nominato responsabile fin dal 1666 - per le proprie ricerche tossicologiche, nelle quali era indispensabile avere a disposizione un'enorme quantità di serpenti e di scorpioni. Non a caso, la sua prima indagine a tappeto riguardava proprio il veleno di vipera, e le Osservazioni che pubblicò nel 1664 riportavano più di 350 esperienze su diversi esemplari di vipere. La ricerca era iniziata con l'arrivo da Napoli, nel giugno 1663, di un battello carico di vipere, che servivano per la preparazione della teriaca. Molte delle esperienze erano state realizzate direttamente a Corte, alla presenza del Granduca.
Solo chi usufruiva della munificenza medicea poteva realizzare, nel corso dello stesso giorno, un'anatomia multipla come quella che si trova descritta in un protocollo del 17 marzo 1668. Redi si trovava a Livorno, e stava facendo ricerche zootomiche insieme a Stefano Lorenzini. I due scienziati ricevettero a distanza di poche ore ben quattro esemplari di gru, appena ammazzate dai cacciatori del Granduca e furono costretti ad un vero e proprio tour de force. Non a caso il protocollo copre ben 21 carte del Ms. Redi 31. All'inizio aveva cominciato a scrivere Lorenzini, poi era subentrato il maestro. Mentre i due ricercatori stavano lavorando all'anatomia della seconda gru, attraverso un costante confronto tra quanto veniva evidenziato dal coltello anatomico e quanto trovavano scritto nei manuali di Bartholin e di Aldrovandi, vennero interrotti dall'arrivo di due altri esemplari, e il fatto venne registrato seduta stante nel protocollo, che recita: "In questo stesso punto il Granduca ci mandò due altre grue, una
delle quali era quindici libbre, e l'altra 14 1/2. Questa grue ci fu data poco momento dopo morta ed era ancora calda".
Redi poteva anche impiegare a piacimento pittori ed incisori di Corte, come Filizio Pizzichi, per far disegnare qualunque curiosità naturalistica gli capitasse per le mani. Spesso erano lo stesso Granduca o altri membri della famiglia, come il Principe Leopoldo, a suggerire l'argomento delle ricerche: per esempio quella sugli insetti delle galle. Oppure lo spunto per qualche dimostrazione era offerto da fatti e discussioni avvenute a Corte, tra i gentiluomini e gli intellettuali che la frequentavano abitualmente. In tutti questi casi l'Archiatra doveva, quasi per dovere istituzionale, intervenire e dire l'ultima parola.
Per rendersi conto dell'impulso determinante che Redi ricevette dal sistema del mecenatismo granducale basta rileggere questa lettera di Cestoni a Vallisneri del 9 dicembre 1697: "Tutto quello che il Redi operò (o la maggior parte) lo fece a tavolino con la gran borsa del Gran Duca Ferdinando de' Medici, e non andava (come faceva il Malpighi) a veder crescere le zucche. Mi disse più volte che il Gran Duca aveva tanto il gran genio nelle cose naturali, che lui stesso ordinava a staffieri, giardinieri, et a persone di campagna, che portassero al Redi di quelle cose che trovavano, che paresse loro stravagante et incognite, tenendosi la borsa aperta per regalare a chiunque portava bachi, bruchi, crisalidi, bitorsoli, aurelie, foglie, o tronchi storti, e cose così fatte. Doppo la morte poi del Gran Duca Ferdinando cessorno li regali, e mancorno i lavoranti, e lui per non spendere non si curava più di nulla. Ma solo faceva delle esperienze non dispendiose a tavolino".
Accanto a molti, indubbi vantaggi, il sistema della scienza cortigiana produceva anche una serie di obblighi e di condizionamenti, di cui Redi era ben consapevole dal momento che se ne lamentava spesso. In primo luogo c'era il fatto che lo scienziato che aveva la responsabilità della salute del Granduca non poteva disporre come voleva del proprio tempo. E se è vero che spesso si compiaceva di considerare la pratica sperimentale come un hobby ed un passatempo, altrettanto spesso si lamentava di non avere mai tempo sufficiente per dedicarsi alla ricerca. Inoltre le fortune dello scienziato di Corte dipendevano, in modo diretto, dai "gusti" e della volubilità del Principe, come dovette sperimentare a proprie spese lo stesso Redi, che vide drasticamente ridotti i propri appannaggi dal nuovo Granduca Cosimo III, certamente meno attratto dalla scienza del padre Ferdinando II e dello zio Leopoldo.
Oltre a questi inconvenienti, dai quali difficilmente possono sfuggire gli scienziati di tutti i tempi, nella scienza cortigiana si annidavano alcuni veri e propri svantaggi rispetto ad una ricerca condotta in modo individuale e senza finanziamenti pubblici: svantaggi, occorre dirlo, dei quali Redi non riuscì mai a rendersi conto. Essi si nascondevano nelle pieghe stesse della ricerca, nell'organizzazione materiale delle pratiche sperimentali, e potevano anche arrivare a condizionare in modo decisivo le scelte teoriche. Possibilità questa, che in genere i sociologi della scienza non prendono nemmeno in considerazione. Il caso del famoso "errore" commesso da Redi nella spiegazione della generazione degli insetti delle galle, da lui attribuita ad una presunta "anima sensitiva" delle piante invece che ad uova disseminate da insetti, dimostra che questa possibilità era terribilmente reale.

Ritratto di Francesco Redi Ritratto di Francesco Redi, particolare Ritratto di Francesco Redi Giusto Utens, Villa di Pratolino