Donato Rossetti indietro stampa ricerca

Nato a Livorno nel 1633 e morto a Torino nel 1686, fu uno dei più radicali sostenitori dell'atomismo nella Toscana del secondo Seicento. Allievo di Borelli e professore di filosofia a Pisa, aveva polemizzato a lungo con il coetaneo Geminiano Montanari sull'interpretazione del fenomeno delle gocce di vetro, cioé del vetro fuso e colato nell'acqua che si solidificava rapidamente, assumendo una caratteristica forma a goccia con una piccola coda filamentosa. Sull'argomento pubblicò nel 1667 l'Antignome fisico-matematiche, con il nuovo orbe o sistema terrestre, a cui aggiunse nel 1671 la Composizione e passione de' vetri. Il curioso fenomeno era spiegabile, a suo avviso, ammettendo che ogni atomo avesse una sua particolare "sfera d'energia", che esprimeva la sua "appetenza" o "aborrimento" verso gli altri atomi.
Confidando nella protezione rediana, Rossetti aveva poi annunciato la pubblicazione di un testo, intitolato Il Polista fedele, con il quale si proponeva di illustrare non solo la perfetta ortodossia cattolica degli atomisti, ma anche la superiorità della filosofia atomista rispetto a quella aristotelica nella spiegazione del mistero della transustanziazione: cioè il fenomeno della conservazione delle specie del pane e del vino nella consacrazione eucaristica sancito dal Concilio di Trento. Scriveva infatti di voler dimostrare che "gl'atomisti toscani" non erano "democritici se non di nome", e che lui in particolare era un perfetto "teologo cattolico" che non avrebbe mai "professati gl'atomi" se avesse pensato che potessero essere contrari alla fede.
Sul delicato argomento Rossetti e il destinatario del trattato, cioè lo stesso Redi, avevano avuto qualche burrascoso colloquio a quattr'occhi di cui non è rimasta traccia, nel corso del quale anche il pacato medico aretino aveva "gridato" "ad alta voce". Redi aveva fatto chiaramente capire all'amico che non c'erano margini per la pubblicazione di un libro dall'argomento così pericoloso, che riproponeva, dopo il processo a Galileo, un nuovo, inquietante avvicinamento tra le questioni religiose e quelle scientifiche. Una circostanza che era già apparsa evidente nella vicenda del divieto, imposto dal Granduca Cosimo III, al progetto di pubblicazione di una traduzione italiana del De rerum natura di Lucrezio preparata da Alessandro Marchetti.
Dopo la controversia sull'atomismo che aveva avvelenato la vita dell'Università di Pisa all'inizio degli anni '70, nel 1674 Rossetti aveva riconosciuto la propria sconfitta, abbandonando la Toscana e trasferendosi a Torino come matematico di Corte. In una lettera del 3 ottobre Redi si compiaceva dell'incarico, anche se rimpiangeva la perdita di un amico "tanto virtuoso" e "tanto amato". Continuava ribadendo che egli aveva sempre procurato al discepolo ogni "avanzamento dal principio sino al fine". Certo qualche volta, in occasione delle discussioni e polemiche tempestose di qualche anno prima, anche il bonario Archiatra granducale aveva "gridato" con Rossetti "ad alta voce", ma era sempre stato "per suo benefizio". Ora che tutto era finito, a Redi non restava altro che rallegrarsi per il fatto che anche lui, diventato ormai cortigiano ed assistito dal mecenatismo del Re sabaudo, potesse togliersi "qualche voglierella nel fare esperienze". In questo modo non avrebbe più avuto "tanto astio", come aveva mostrato
negli anni delle ricerche pisane sulle "gocce di vetro", nei confronti del "grosso spendere" di cui aveva sempre usufruito il naturalista aretino.