Redi galileiano indietro stampa ricerca

Redi si trasferì da Arezzo a Prato nel 1639, e poi Firenze nel 1642, cioè l'anno stesso della morte di Galileo. Aveva allora appena sedici anni, ed appare quindi improbabile che avesse avuto la possibilità di cogliere, direttamente alla fonte, qualche eco del magistero scientifico galileiano. Ma non è senza significato il fatto che il 3 febbraio 1649, poco dopo la laurea, egli annotasse nel proprio Libro di Ricordi di aver acquistato da Michele Ermini, proprio quel giorno, "un occhiale del Galileo assai buono, e tutte le opere del medesimo Galileo". Qualche anno più tardi, nel 1757, Redi fu d'altra parte uno dei promotori, insieme a Giovanni Alfonso Borelli, Carlo Dati, Lorenzo Magalotti, Antonio Oliva, Carlo Rinaldini e Vincenzo Viviani, dell'Accademia del Cimento, anche se il suo nome non figura nell'elenco ufficiale dei membri del sodalizio.
Redi non amava la matematica e non aveva ricevuto una preparazione adeguata in questo settore di punta della scienza seicentesca. Non deve dunque sorprendere il fatto che il nome di Galileo risulti citato piuttosto raramente nelle opere del medico aretino. E, in genere, si tratta di riferimenti poco significativi che alludono più a rapporti di tipo letterario e linguistico, che di carattere scientifico e metodologico. Ma, in ogni caso, queste citazioni riflettevano sempre una particolare ammirazione per il "nostro famosissimo Galileo". Con identiche parole di apprezzamento Redi ricordava anche figure di intellettuali profondamente legati alle vicende galileiane, come Benedetto Castelli e Raffaello Magiotti.
Per Redi non importava molto se nelle scuole e nei dibattiti del proprio tempo non erano molti coloro che avevano il coraggio di richiamarsi all'eredità galileiana; bastava che "i pochi" che lo facevano fossero "i migliori filosofi de' nostri giorni". Fedele a questo imperativo, egli non aveva avuto esitazioni a sfidare fin dalla sua prima opera, le Osservazioni intorno alle vipere (testo), i sostenitori della filosofia aristotelica che, anche allora come ai tempi di Galileo, continuavano a spadroneggiare nella Corte fiorentina e all'Università di Pisa.
L'Archiatra granducale aveva istituito un preciso accostamento tra la battaglia che portava avanti lui nell'ambito della biologia, utilizzando il microscopio contro il dogma della generazione spontanea, e la battaglia che aveva condotto Galileo contro la cosmologia geocentrica, utilizzando la forza rivoluzionaria del telescopio. E come Galileo aveva dovuto scontrarsi con la cieca protervia degli aristotelici di inizio Seicento, che aveva impedito a Cesare Cremonini di accostare l'occhio all'oculare del telescopio, così anche Redi aveva invano cercato di far accettare ad un aristotelico dei propri giorni la prova della "sensata esperienza", che dimostrava che le rane non nascevano certo dalla pioggia.
"So di certo - scriveva -, che un profondo maestro in iscrittura peripatetica, e molto venerabile uomo, per non esser necessitato a confessar vere le non più vedute stelle e l'altre curiose novità ritrovate in cielo dal Galileo, non volle mai all'occhio adattarsi l'occhiale; ed un altro, a cui io diceva, che quelle piccole botte che di state, quando comincia a piovere, saltellano per le pubbliche polverose strade, non nascono in quell'istante dall'incorporamento della gocciola d'acqua piovana con la polvere, ma ch'elle son di già nate molti giorni prima; e promettendo di dargliene esperienza vera, col fargli vedere e toccar con mano, che tutte quelle che egli si credeva allor allora nate aveano lo stomaco per lo più ripieno d'erba e gl'intestini d'escrementi; non fu mai possibile che potessi indurlo a contentarsi, che in sua presenza io ne aprissi una, qual più a lui fosse piaciuta".