Antonio Oliva indietro stampa ricerca

Nato nel 1624 a Reggio Calabria, aveva studiato a Roma, seguendo le lezioni di Benedetto Castelli. Forse in contatto con Tommaso Campanella, partecipò alla rivolta anti-spagnola della Calabria del 1647, venne arrestato e rinchiuso fino al 1652 nel castello di Reggio. Nel 1657 era arrivato a Firenze, partecipando fin da subito alla vita della Corte medicea e alla fondazione dell'Accademia del Cimento. Strinse legami di stretta amicizia soprattutto con Giovanni Antonio Borelli. Si dice che avesse impartito lezioni a Lorenzo Bellini e allo stesso Redi, anche se, in realtà, divenne titolare della cattedra di ostetricia a Pisa solo nel 1663. Nel 1667, dopo la partenza dalla Toscana prima di Borelli e poi di Carlo Rinaldini, decise di trasferirsi a Roma. Ricoprì numerosi incarichi presso la Curia, ma poi, caduto in disgrazia, nel 1690 venne arrestato. Accusato di eresia e sottoposto ad interrogatorio nel palazzo del Sant'Uffizio, si gettò da una finestra e morì, ponendo fine ad un'esistenza avventurosa giocata tra libertinismo, ribellione politica e scienza.
Oliva non pubblicò mai niente di significativo, ma si interessò di molti argomenti di carattere scientifico e filosofico. Ecco quello che scriveva in proposito Lorenzo Magalotti ad Alessandro Segni il 25 ottobre 1665: "L'Oliva dà ad intendere d'aver in pronto tutto il sistema della sua fisica, nella quale si fa dalla creazione del mondo. Si crede che convinca la Genesi in parecchi luoghi di falsità. Fuori di burle, bisogna che questa volta dica da vero perché il Sig.r P[rincipe] L[eopoldo] lo crede".
Oliva svolse un ruolo di assoluto protagonista, insieme a Redi Borelli e Rinaldini, nel dibattito che si svolse all'interno dell'Accademia del Cimento sugli insetti delle galle. Si può addirittura affermare che fu lui, prima dello stesso Redi, a proporre la soluzione della virtù zoogenetica delle piante che il naturalista aretino avrebbe poi proposto nelle Esperienze intorno alla generazione degl'insetti .
Redi aveva manifestato all'inizio grande ammirazione per le qualità intellettuali di Oliva, non disgiunta da qualche perplessità sul carattere e le scelte ideologiche del disinvolto e libertino abate calabrese. Il 9 maggio 1660 lo aveva definito a Carlo Dati così: "Il Sig. Antonio Oliva è più bizzarro che mai, e più virtuoso che mai. Grande ingegno, che è costui!" Nel 1667 però la rottura era ormai consumata, e questo portò Redi a gravitare decisamente dalla parte degli oppositori di Oliva e di Borelli: oppositori che avevano in Vincenzo Viviani, e nello stesso Redi, il loro punto di riferimento.
Le motivazioni della rottura tra Redi ed Oliva erano diverse ed ugualmente gravi. Vi si intrecciavano certamente rivendicazioni di priorità. Oliva si vantava ad esempio di essere stato lui lo scopritore di molte cose sulla generazione degli insetti e il veleno delle vipere divulgate da Redi. Aveva scritto infatti che le esperienze sulle vipere "date fuori da Francesco Redi, erano state fatte da lui, e che [Redi] non aveva fatto altro che copiarle e distenderle, siccome avea fatto di quelle del Cimento e d'altre il conte Magalotti, da più accademici però rivistegli". Erano poi subentrati diffidenze e contrasti ideologici, rivalità di Corte ed afferenze di gruppi accademici e politici. Per capire la profondità del dissenso basti dire che aveva preso campo la voce che ci fosse stato proprio Redi dietro i due attentati per mano di sicari che Oliva aveva subito negli ultimi tempi del proprio soggiorno toscano.
Stando così le cose, si capisce bene che Redi non fu certo tra coloro che rimpiansero la contemporanea partenza di Oliva e Borelli dalla Toscana. Il 21 marzo 1667, rispondendo a Viviani che lo informava della partenza da Pisa dei due co-fondatori dell'Accademia del Cimento, Redi scriveva queste emblematiche parole: "Quo ad Ulivam et quo ad Borellium nihil dico". E in una successiva lettera a Bellini ricordava che Borelli si era pentito di essersi "licenziato da Pisa", tant'è vero che aveva "istuzzic[ato] i suoi ferruzzi per tornarvi". Poi aggiungeva sornione: "Oh, mi dirà V. S., io non ne so niente: lo so io, e lo so di certo, se non lo sa V. Sig. E l'Uliva? Non ragioniam di lui, ma guarda e passa".