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Nel corso del Seicento, dopo che l'osservazione microscopica era ormai entrata nel lavoro quotidiano di ricerca di biologi e naturalisti, erano molti gli autori che concordavano con Giacinto Cestoni nell'affermare che "le figure degli insetti" erano "l'anima delle istorie", perché davano subito "nell'occhio". Sulla stessa lunghezza d'onda, d'altra parte, si trovava anche un acerrimo avversario di Redi come il gesuita Filippo Buonanni. Nel suo trattato di conchiliologia, dal significativo titolo di Ricreatione dell'occhio e della mente, egli aveva infatti sostenuto di aver inserito le figure proprio perché, esponendo "delineate su i fogli" le sue chiocciole, sarebbero servite "a dar luce a quei Cataloghi di alcuni istorici naturali, che per esser privi delle figure, o riescon tediosi, o non s'intendono, e a far che, avendo qualche ricreatione la mente, nel considerarle, habbia anche il suo diletto l'occhio nel rimirarle".
Riprendendo i pionieristici lavori degli accademici Lincei che avevano aperto la strada all'iconografia bio-microscopica, Redi aveva privilegiato in tutte le proprie ricerche la raffigurazione dei reperti naturalistici. Del resto, egli possedeva gli indispensabili rudimenti del disegno ed aveva una vera passione per la pittura, soprattutto quella fiamminga. Sia per i protocolli sia, in particolare, per le opere a stampa Redi aveva fatto ricorso alla collaborazione di pittori e miniaturisti che lavoravano alla Corte del Granduca di Toscana per dipingere ogni campione di pianta o di animale particolarmente curioso che gli fosse capitato alle mani. In questo contesto, grazie ad un uso ottimale del microscopio, era stata messa a punto la tecnica del disegno "a occhi veggenti", che consentiva di fissare all'istante i tratti salienti di un evento biologico che, eccezionalmente, si sviluppava proprio sotto gli occhi dello scienziato e del suo disegnatore. Questo accadeva quando per esempio veniva posto sotto l'ocula
re del microscopio un acaro o un insetto che, svolgendo le sue normali funzioni vitali, poteva deporre le uova, con gran gioia del naturalista e del pittore che poteva fare sfoggio di tutta la sua perizia.
Un episodio di questo genere capitò a Redi e al suo disegnatore Filizio Pizzichi il 6 giugno 1667, grazie anche al contributo di un altro fedele collaboratore dello scienziato, Francesco Tozzi. Ecco quello che avvenne, secondo la versione del Ms. Redi 34 della Biblioteca Marucelliana di Firenze: "Avendo il Tozzi portato due giorni sono de' rami di Albero, le foglie del quale erano ripiegate pel mezzo secondo la lunghezza del nervo, e ingrossate e in altre figure ancora. Si vedde che erano drento piene di moscherini turchinicci con quattro ali, due delle quali erano più lunghe del corpo del moscherino, e questi moscherini erano involti in una bianca lanugine. Feci miniare un ramo di queste foglie a Lorenzino Beatrucci. E questo giorno feci che il Pizzighi disegnasse e miniasse uno di questi moscherini in quella grandezza che mostrava il microscopio. Mentre egli stava disegnandolo, questo stesso moscherino partorì drento al microscopio a occhi veggenti, partorì dico tre bacherozzoli verdi con sei gambe, i quali
diedi ordine che subito fossero disegnati accanto alla madre".
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